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Dalle minacce all’incendio. Danni per oltre centomila euro ad un allevatore

Cronaca di un uomo lasciato solo a combattere per la sua terra, per la sua famiglia e per i suoi animali.

Siamo a confine tra Castel San Pietro e Poli. Una bella valle dei Monti Prenestini che affaccia sul versante polese, attraversata da una strada di recente costruzione.

“Fino a dieci anni fa, c’era una strada malmessa, sterrata, se non avevi una macchina adatta a Poli era davvero difficile arrivare” ci dice Andrea Colamedici, allevatore di asini, agricoltore, nato in città ma “prestato” (ormai da 25 anni) alla terra, alla montagna ed agli asini. Più che un prestito, un ritorno alle origini.

Andrea è il motivo per il quale sono finito in questo piccolo paradiso, circondato da asini e dal silenzio che solo la montagna sa regalare, anche se siamo a soli dieci minuti dal centro di Palestrina e da due da quello di Castel San Pietro Romano. 

Andrea sono 25 anni che ha rilevato questa azienda agricola, se n’è preso cura, l’ha fatta crescere ed ha coronato il sogno di mettere in piedi un allevamento di asini Amiata; oggi è il proprietario di uno degli allevamenti di asini Amiata più grandi d’Italia. 

Sin da quando è arrivato però, pur essendo proprietario di questo fondo chiuso, ha avuto a che fare con cacciatori, tartufai, bracconieri, ladri, piccoli delinquenti e grandi, grandi problemi. Problemi che sono divenuti insostenibili man mano che il tempo passava.

I problemi di Andrea cominciano sin dal suo arrivo. “Spesso, mentre giravo sulla mia terra incontravo cacciatori e tartufai, ai quali ho sempre permesso di entrare, pur avendo sempre chiesto loro massimo rispetto per il posto. I problemi seri sono cominciati quando sono andati oltre, entrando ed uscendo dal fondo quando volevano, rompendo le recinzioni, mandando le mandrie all’interno del terreno, lasciando liberi i cani da caccia che attratti dai miei asini (che sono liberi sulla montagna di proprietà) seguivano gli animali che spaventati si davano alla fuga e come spesso è accaduto, cadevano nei crepacci”.

Andrea è visibilmente amareggiato mentre parla, ogni tanto butta l’occhio più in la, sulla rimessa completamente carbonizzata, ma non cede mai le sue parole all’agitazione, pesa infatti ogni sua parola, le pronuncia piano, scandendole bene.

“Ho cominciato a negare l’entrata a questi soggetti, ho chiesto loro di uscire dalla mia terra, ho chiesto loro perché non mi chiedessero mai il permesso, ma ho ricevuto solo insulti” e prosegue  “mi dicevano che a loro non importava niente se io fossi o meno il proprietario, perché da sempre loro venivano sulla montagna a fare tartufi, a caccia, a funghi ed asparagi”.

Da qui in poi tutto è diventato un incubo.

Andrea si sofferma, alza lo sguardo, ha l’aria dell’uomo stanco, in cerca di risposte. “Un giorno mentre ero in montagna a controllare le recinzioni e gli asini, ho incontrato alcuni di loro. Ve lo dico, non ho mai avuto problemi se non con alcuni individui di Poli e non capisco il perché. Li accompagno fuori dalla mia terra ed uno di loro mi suona una zappetta (quella per fare i tartufi) su un ginocchio, e non mi nascondo ho reagito, istintivamente ho reagito. Mi disse che me l’avrebbe fatta pagare”.

“Da quel giorno gli episodi si sono intensificati, mi hanno ucciso un asino, con un colpo di fucile ravvicinato, ucciso un cinghiale che mi avevano regalato e che era in un recinto. se lo sono anche caricato e portato via. Sono arrivati a minacciare me e la mia compagna, a casa nostra. Lo hanno fatto a viso scoperto, con un senso di impunità che mi ha sorpreso. Sembrano certi che a loro non capiterà mai nulla”.

Andrea arriva al punto, ma ci ha tenuto a raccontarmi i fatti per sottolineare quanto ciò che accaduto, sia il punto finale di anni di angherie, soprusi, atti di intimidazione. “Dopo quei fatti, ho sporto denuncia. Ho pagato questa terra, ci ho messo l’anima per tirare su questa azienda, mi alzo alle quattro e mezza del mattino e vado a sera, non faccio del male a nessuno, voglio solo essere lasciato in pace. Vedere la mia compagna minacciata, impaurita, sapere che un minuto di ritardo desta preoccupazione, non sapere se l’abbaiare del cane significhi la presenza di un intruso o sentire ragliare gli asini ed avere il timore che stia accadendo loro qualcosa, è una situazione insopportabile. Per questo ho sporto denuncia alla Procura della Repubblica, alla quale ho allegato tutti gli episodi accaduti”.

Credete che sia finita qui? No qui entriamo nel vivo del racconto.

“Una notte, pioveva, anzi diluviava. Era una notte come tante altre, anche se la preoccupazione ormai fa parte della nostra vita. Alle prime ore dell’alba mi accorgo che la rimessa, nella quale avevo il foraggio per gli asini, i miei attrezzi, il trattore ed i macchinari andava a fuoco, ho fatto il possibile per salvare il tutto, ma a poco sono serviti i miei sforzi. Credevo di perdere tutto, le fiamme erano alte, potevano bruciare il resto delle costruzioni”.

Andrea si ferma, osserva tutto, mi fa vedere la rimessa. E’ tutto bruciato, puzza ancora, dei due mezzo completamente carbonizzati, rimane ben poco, solo delle carcasse. I suoi attrezzi, i macchinari, il foraggio, tutto è andato in fumo. Un danno per oltre centomila euro, duro da incassare, duro da digerire.

Si perché Andrea è convinto che l’incendio sia doloso, che sia legato alle sue denunce, che sia legato alle minacce ricevute, ai danni, alle uccisioni, ai furti.

“Matteo, quella notte pioveva a dirotto, una pioggia forte e incessante. Secondo te, come poteva andare a fuoco una rimessa come quella, in maniera spontanea? Dai, non mi vengano a dire balle, io so chi è stato, non ho le prove, ma so bene chi mi vuole che io vada via. Sono avvertimenti mafiosi. Ora qualcuno strabuzzerà gli occhi, ma se in Sicilia, Calabria o Campania accade una cosa del genere come la chiamereste? Qui è accaduta la stessa cosa. Ci sono persone che credono di poter porre e disporre anche della proprietà altrui, ma se fai loro presente che tu sei il proprietario di questa terra, allora passano ai fatti. Non vogliono cedere, ma sappiano che io sono più forte. Cosa dovrei fare? Mollare tutto? Sia mai”.

Andrea non ha nulla dell’uomo di città, è a tutti gli effetti uomo forte di montagna. A dimostrazione di ciò gli occhi fermi e stanchi, le mani forti, le parole precise, mai superflue. Chiede solo giustizia, chiede di poter lavorare in santa pace, di non temere per la sua famiglia e per i suoi animali, chiede giustizia, quella che fino ad oggi ha latitato, ma che arriverà, ne siamo certi, perché Andrea non è solo, non più almeno, perché a fronte di tutto l’accaduto, ogni cittadino di questo territorio dovrebbe sapere bene da che parte stare, così come chi scrive e questo giornale sanno bene.

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