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Numero Zero compie cinque anni. Cosa è cambiato intorno a noi e perché è importante fare giornalismo

Ma davvero servono ancora i giornalisti? Che ruolo hanno o dovrebbero avere? Dopo cinque anni che cosa è cambiato nel mondo del giornalismo e perché dovremmo continuare a scrivere.

Quando ci siamo accorti che sono passati cinque anni dalla nascita di questa testata, beh, abbiamo strabuzzato gli occhi. Non che non sia stato faticoso, a volte, o impegnativo, quasi sempre, ma di certo è stato appassionante e forse, a ripensarci bene, anche un po’ folle.

Il giornalismo non gode di ottima salute e sono anni, ormai, che si dibatte sul tema e noi non vorremmo aggiungere una parola in più, se non riguardasse le nostre dirette responsabilità.

La stampa affronta ogni giorno una battaglia quotidiana che va oltre le tradizionali difficoltà che possono essere la mancanza di pubblicità, di capitale, di lettori.

Oggi ci si scontra con l’abuso della verità, la sua manipolazione, la distorsione dei fatti a proprio piacimento, a volte con una deliberata contronarrazione dei fatti a proprio uso e consumo. Molto spesso questa narrazione viene spacciata (come della droga) ai cittadini con il solo scopo di lucrarci su, in chiave elettorale, culturale o denigratoria.

Spesso ci siamo trovati di fronte un clima ostile all’informazione, ai nostri tentativi di raccontare la realtà, analizzando i fatti, facendocene interpreti. Quasi sempre questa ostilità è arrivata dalla politica, o da essa è stata sobillata. Ma la politica, si sa, ormai ha sguardo miope e creare un clima ostile al giornalismo significa segare il ramo su cui siamo tutti a cavalcioni. Tutti.

Il mondo della politica e il mondo del giornalismo in Italia sono indissolubilmente intrecciati e, per responsabilità anche del secondo, altrettanto compromessi. Il rapporto tra i due mondi non è più tra un osservato speciale ed il “cane da guardia della democrazia” ma, spesso e volentieri, diviene una cena d’affari. Questo giustifica le rimostranze verso questo mondo, ne siamo coscienti e ne siamo stretti osservatori, ma non sempre.

Il nostro tentativo? Essere al di fuori di quelle cene, continuare a raccontare le comunità del territorio, i fatti; descriverne bellezza e brutture, raccontare la cronaca, cercando di avere come obiettivo primario quello che ogni giornalista dovrebbe avere bene a mente: la verità.

Per farlo, però, abbiamo bisogno di queste comunità, perché – come abbiamo sperimentato – ciò che più temiamo è il vuoto che si crea intorno al mondo dell’informazione, un vuoto creato e fatto di risposte non date, attraverso l’umiliazione, la derisione del proprio lavoro.

In questo contesto la comunità diviene fondamentale. Una comunità che esige la verità, che pretende la ricostruzione della verità, sarà una comunità più forte, capace di non “abboccare” all’amo dei pescatori di consenso, capace di distinguere i fatti dalle ricostruzioni asservite a chissà quali scopi.

Ne abbiamo avuto esempio molte volte, sotto elezioni, nella ricostruzione di vicende di cronaca, nelle ospitate in radio, negli inviti ad eventi. In molti credono che il nostro ruolo sia di “impiccioni”, o di “passa carte”, al servizio di uno o dell’altro ma, diciamocelo apertamente, siamo solo dei giornalisti di provincia, di un lembo di provincia, non molto diversa dalle altre in tutta Italia e, come tali, facciamo quel poco che c’è da fare, cercando qualche volte la luce della ribalta (piccolo momento di autoanalisi).

Eppure le province d’Italia sono piene di giornalisti come noi, che raccontano i comuni, a volte finendo per avere problemi (ne sono esempio i dati sugli attacchi ai giornalisti in questo primo semestre del 2021, già 63, con il Lazio tra le regioni in cui se ne sono verificati di più insieme a Campania, Sicilia e Puglia) a volte finendo per averne di più seri (sono sotto scorta in 20).

In questi cinque anni, però, abbiamo potuto apprezzare la vicinanza di molti, la gratitudine di altri, l’apprezzamento dei lettori, le critiche dei colleghi e questo non ha fatto altro che incentivare il nostro lavoro, donandoci ancor più passione e voglia di andare oltre.

Un profondo ringraziamento, per questo quinto compleanno, va a coloro che diedero vita a tutto questo, a Micol Urtesi, vera artigiana; ad Elvira Casale, che lo ha immaginato insieme a noi; ad Albino Lucarelli, che ne ha condiviso gli intenti, dando il suo apporto alla linea senza lesinare critiche; ai collaboratori tutti, nessuno escluso, per il lavoro prezioso.

Soprattutto va a voi lettori che, se siete arrivati fin qui a leggere, meritate ancora tanto. Grazie.

Matteo Palamidesse

Massimo Sbardella

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