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Gallicano nel Lazio

L’allarme dei ristoratori: prima il danno, ora la beffa

Il Decreto del Governo prolunga al 30 aprile la zona Arancio. Ristoranti e bar ancora chiusi ma le comunioni si fanno comunque. Solo per pochi intimi. Dagli operatori un appello alle parrocchie.

di Massimo Sbardella

L’ultimo decreto del Governo Draghi, quello che entra in vigore dopo Pasqua e ci accompagna fino al 1 maggio, sancisce ciò che tutti già sapevamo: aprile sarà un mese di nuove restrizioni. Il colore prevalente è l’Arancione, nella speranza di non tornare in Rosso. Insomma, senza neanche attendere l’evoluzione dei numeri, si capisce che i sacrifici fatti a marzo sono serviti a poco. Una doccia gelata, seppure attesa, per bar e ristoranti che, per un altro mese, dorranno restare chiusi anche a pranzo. In questo scenario, che in un anno ha lasciato sul lastrico migliaia di attività a livello nazionale (decine anche nelle nostre zone), un grido di allarme arriva dalle attività della ristorazione che, dopo un 2020 nefasto (senza alcuna cerimonia), contavano di risollevare un pochino il capo con le prime festicciole primaverili.

Il miraggio, dopo tante cancellazioni dello scorso anno, era puntato alle prime comunioni e cresime che si sarebbero celebrate nella Diocesi. Pranzi da una ventina di persone al massimo, come prevedono le disposizioni, con tavoli da quattro, che avrebbero però consentito di tornare “a vivere” alcune attività. O, forse, sarebbe meglio dire sopravvivere. Fino alla pubblicazione del Decreto, che ha rimandato a nuova data la possibile ripartenza.

“Peccato – commenta Steven Liotti, giovanissimo chef di Casale Pomodoro e Basilico a Palestrina – che ancora una volta veniamo lasciati soli a fronteggiare questo ulteriore lockdown. Nel mese di aprile avevo alcune prenotazioni, per comunioni in programma a Gallicano nel Lazio, a Sant’Andrea, e a Zagarolo, Sant’Apollaria. Purtroppo, però, l’ulteriore stop ci impedirà di lavorare. Pur se dispiaciuto, pensavo che – viste le restrizioni della zona arancione o rossa, come noi siamo costretti a rimanere chiusi anche le parrocchie avrebbero rimandato oltre il 1 maggio quelle cerimonie. E invece no! Dentro i ristoranti non si può entrare, neanche distanziati, mentre nelle chiese si è liberi di andare. Che non ci sia areazione e che i distanziamenti, alla fine, non li rispetti nessuno conta poco. Le cerimonie si fanno, poi per il pranzo pazienza”.

Comunione e cresima sono il punto di arrivo di un cammino

Ovvio, direte voi, che la comunione e la cresima sono sacramenti e, come tali, possono essere celebrati. Poco importa se quel giorno ci siano difficoltà oggettive per i familiari, a spostarsi fuori comune, o che sia vietato fare pranzi o cene per festeggiare (a casa o al ristorante poco cambia). In realtà, se vogliamo essere onesti, sappiamo pure che la comunione, o la cresima, sono il punto di arrivo di un cammino di fede e di crescita, per tante ragazze e ragazzi, che si corona con il sacramento (ovviamente) ma anche con una giornata di calore e di amore, tra familiari e amici stretti.

Le contraddizioni della Diocesi e delle parrocchie

Dopo un anno in cui in tutta la Diocesi sono state vietate le cerimonie, anche nei mesi estivi quando il covid pareva un lontano ricordo (e i contagi pressoché nulli), perché oggi ostinarsi a farle contro ogni logica? Che senso ha celebrare una comunione o una cresima in un mese, aprile, in cui (se si vuole stare nella legge) si dovrebbe consentire l’accesso in chiesa a 4 o 5 persone a bambino (manco genitori e nonni!!!) e in cui è vietata qualsiasi forma conviviale?

La speranza, per tanti ristoratori (agonizzanti) ma anche per tante famiglie e bambini, che vorrebbero condividere questo momento con le persone care, è che i parroci (o, perché no, il vescovo Parmeggiani) si mettano una mano sulla coscienza e aspettino maggio per iniziare le celebrazioni. La fede è anche carità e, credo, essere vicini ad un’attività nel momento in cui sta morendo è un segnale di amore e di solidarietà davvero importante. Perché, e questo lo sappiamo bene, il lavoro è vita e in questo momento storico la solidarietà umana e cristiana dovrebbe anteporre il bene collettivo, di una comunità, alle questioni di mero principio.

Invece, ancora una volta, chi sta sul pulpito (o dietro l’altare) sembra interessarsi esclusivamente delle proprie esigenze (un anno fa il “no a tutti i costi”, oggi il “sì incondizionato”) senza alcun confronto e senza curarsi minimamente di ciò che tali scelte comportano per i fedeli e per il tessuto socio economico in cui si vive.  

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