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La pessima tendenza alla gogna social: dal caso Willy all’uomo nudo a Palestrina

Sabato pubblicata su Facebook la fotografia di un uomo nudo con due operatori sanitari. La foto ha scatenato una sequela di offese, minacce e improperi nei confronti dell’uomo: di nuovo lo sfogatoio insopportabile degli istinti più bassi.

Partiamo da un presupposto: per legge ( 96 e 97 L.D.A.) non si può pubblicare una fotografia ritraente una persona, che sia ben distinguibile, a meno che non vi sia il suo consenso, sia una persona nota o se la foto sia dettata da necessità da scopi particolari, come lo scrivere di un fatto di cronaca.

Il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa. Non occorre il consenso della persona ritratta quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico“.

Ma la legge è ancora più stringente in merito. Perché sottolinea proprio il punto che stiamo per trattare, ovvero la dignità della persona.

Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione o anche al decoro nella persona ritratta”.(comma 2 dell’art. 97 L.D.A.).

Pertanto, ognuno di noi può trarre le proprie conclusioni ma resta il fatto che pubblicare la fotografia di un senzatetto, di un mendicante, di una persona in stato di fragilità, a qualsiasi fine ed a qualsiasi scopo, è vietato dalla legge.

Se poi aggiungiamo che potrebbe vedersi infranta anche la legge sulla protezione dei dati personali la cosa si aggrava, ancor più se dalla foto si evince lo stato di disagio della persona ritratta o la sua condizione sociale.

Oltre la premessa, determinata dalla legislazione vigente, il discorso che a noi interessa è puramente etico, se non ci fosse di mezzo un interrogativo grosso come una casa: perché mettere su un social la fotografia di un senzatetto, di un mendicante o di persona in stato di alterazione, corredando la fotografia di emoticon e didascalia a mo’ di scherno?

Proprio su questo giornale, siamo intervenuti già due volte in casi analoghi. Trattammo, nella prima pagina di un’edizione cartacea, i commenti di alcuni utenti sotto la fotografia di un senzatetto che viveva sulle panchine di Viale Pio XII, e intervenimmo giornalisticamente sulla pubblicazione di una fotografia di un uomo ritratto su una panchina di Zagarolo.

Perché? Al di là delle implicazioni legali delle vicende narrate, che rimangono di responsabilità degli autori, si rimane sempre sgomenti dalla facilità con cui ormai si cerca consenso ai propri giudizi o pregiudizi, alle proprie convinzioni politiche, sociali, alle proprie frustrazioni o certezze o, semplicemente, alla propria idiozia, sbattendo sulla “home” il “mostro” del momento (che lo sia veramente o meno poco importa), aspettando il consenso che spesso (i commenti ne sono la prova) arriva in forma violenta e diffamante.

Anche sul caso Willy, il ragazzo ucciso in maniera barbara e violentissima pochi giorni fa a Colleferro, ci siamo accorti presto che sotto ogni nostro articolo sulla dinamica dell’omicidio o sugli arrestati, la violenza verbale dei commenti si è fatta ben presto sempre più forte, tanto da indurci a chiedere ai lettori di mantenere un linguaggio consono.

No, non si tratta di essere politicamente corretti o meno, non c’entra nulla con il comprendere la rabbia dei lettori, né di essere “buonisti”, come nel caso dell’uomo ritratto a Viale Pio XII. Si tratta di rispettare, anche dove vi potrebbe essere “colpa” (come nel caso dei fratelli Bianchi), la dignità dei destinatari dei commenti, rispettare la fragilità altrui, come nel caso descritto oggi, la condizione del momento, rispettare la persona e i diritti altrui.

Ma purtroppo si sa, su Facebook una rissa, una minaccia, lo scherno e la violenza fanno molto più traffico di qualsiasi bella notizia o bellissima fotografia condivisa. Questa piattaforma, infatti, ha un modello di business che lavora attraverso l’engagement (ovvero gli algoritmi che regolano il social network) e ci presenterà sempre contenuti che fanno traffico, quelli che ci terranno incollati allo schermo dello smartphone.

Se ci aggiungiamo che la politica – non tutta, ma una buona parte si – negli ultimi tempi ha ormai sdoganato tali comportamenti, attraverso la violenza verbale, la calunnia, la diffamazione, attraverso la gogna o semplicemente attraverso notizie false, il danno è fatto.

Sono molti gli utenti che condividono notizie false, che si sentono legittimati ad offendere, che utilizzano un linguaggio violento. Cosa possiamo fare di fronte a questa realtà?

Silenziando gli odiatori seriali, relegandoli all’angolo, tenendo acceso il cervello e a freno la pancia, lasciando perdere quelli che possono divenire rituali collettivi come l’esercizio d’odio verso chi sbaglia, verso chi è diverso, verso chi siamo convinti sia arrivato da lontano ad appropriarsi di una fetta della nostra esistenza.

Fateci caso, nella maggior parte tali esercizi fanno leva sulla convinzione di essere maggioranza del paese, di avere in tasca una verità condivisa.

No, non è così, a guardare bene sono pochi – rispetto alla totalità – ma fanno rumore, come gli alberi che cadono nella foresta.

Per fortuna di alberi ne crescono, ogni giorno, belli e rigogliosi. Crescono, in silenzio, ma crescono.

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