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Caeculo, Telegono e gli altri. Dei ed Eroi nella fondazione di Praeneste

La conferenza del dott. Filippo Demma, oggi Direttore dei Parchi Archeologici di Crotone e

La conferenza del dott. Filippo Demma, oggi Direttore dei Parchi Archeologici di Crotone e Sibari, archeologo. Ha collaborato al nuovo allestimento del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, noto e conosciuto per l’importante lavoro di sensibilizzazione archeologica nel territorio, studioso dell’antica Praeneste. Sabato 16 Maggio ore 11.00, ex seminario di Palestrina.

Praeneste e le sue origini. Oggetto della conferenza è il significato dei miti di fondazione nella costruzione dell’identità delle città del Lazio arcaico, con particolare attenzione a Praeneste, caso eccezionale perché conserva la memoria di un fondatore autoctono: Caeculo, figlio di Vulcano e nato dal fuoco. Il mito non viene considerato come un racconto ingenuo sulle origini, ma come una forma di memoria politica: attraverso il fondatore, una comunità dichiara chi è, da dove viene, quali rapporti rivendica e da quali tradizioni intende distinguersi.

praeneste
G.F. Romanelli, Vulcano con un fulmine indica a Ceculo il luogo dove dovrà fondare Praeneste, Roma – Palazzo Barerini.

Praeneste appare così non come semplice città latina destinata a entrare nell’orbita romana, ma come centro dotato di una propria voce. Il suo mito fondativo non dipende da Enea, né da Troia, né da Roma. È una tradizione più aspra e locale: Caeculo nasce dal fuoco del focolare, viene riconosciuto attraverso un prodigio igneo e fonda la città sotto il segno di Vulcano. In questo racconto il fuoco non è soltanto elemento naturale, ma immagine di origine, legittimazione, prova e potere. La città si rappresenta come nata da un nucleo interno, domestico e sacro, non da una genealogia importata.

Il confronto con Roma è uno dei punti decisivi. Caeculo presenta tratti affini ad altre figure fondatrici o preurbane, come Romolo, Servio Tullio e Caco: nascita prodigiosa, marginalità iniziale, rapporto con bande giovanili, passaggio dal disordine alla fondazione della comunità.

Tuttavia la conferenza rovescia la prospettiva abituale: non usa Caeculo soltanto per spiegare Roma, ma parte da Praeneste per mostrare quanto fossero forti, autonome e articolate le memorie locali del Latium prima che Roma imponesse retroattivamente la propria grammatica del passato.

Accanto al mito autoctono di Caeculo compare un secondo filone: quello odissiaco, legato a Telegono, figlio di Ulisse e Circe, e a Prainistos, figura eponimica connessa al nome di Praeneste. Questo filone inserisce la città in una rete più ampia di genealogie greche e tirreniche. Telegono, in particolare, consente di collegare le città latine al prestigio di Ulisse, a Cuma, a Tusculum, alle aristocrazie che guardavano al mondo greco. Ma, nel caso di Praeneste, questa tradizione appare secondaria rispetto a quella di Caeculo: non cancella il fondatore autoctono, piuttosto gli si sovrappone.

Da qui emerge uno dei nuclei interpretativi più importanti: una città antica poteva possedere più racconti d’origine, ciascuno utile in un diverso contesto politico e culturale. Caeculo serviva a esprimere l’identità locale e l’autonomia prenestina; Telegono e Prainistos permettevano invece di collocare Praeneste entro circuiti genealogici più prestigiosi e diplomaticamente spendibili. Il mito, dunque, non è un fossile immobile: è materiale vivo, manipolabile, continuamente riletto da città, famiglie aristocratiche e poteri dominanti.

Particolarmente significativo è il ruolo delle aristocrazie. Le famiglie non si limitano a tramandare miti: li usano, li adattano, li mettono al servizio del prestigio gentilizio. I Caecilii Metelli, per esempio, possono valorizzare la discendenza da Caeculo e ricollegarla a Vulcano, alla memoria del fuoco, ai pignora imperii e a più ampie genealogie mediterranee. Il mito locale viene così tradotto in un linguaggio politico romano e tardo-repubblicano, senza perdere del tutto la propria impronta prenestina.

Si insiste anche sul carattere policentrico del Lazio arcaico. Prima della piena egemonia romana, città come Praeneste, Gabii, Tusculum, Aricia, Lavinium, Ardea e Anzio non sono comparse in attesa di essere assorbite da Roma. Sono centri attivi, dotati di memorie proprie, alleanze, rivalità, tradizioni familiari e strategie narrative. I miti di fondazione servono proprio a questo: collocare ciascuna città in un sistema competitivo, definire rapporti di prestigio, costruire differenze.

Il tema dei culti e delle divinità resta sullo sfondo come elemento di contesto, ma non costituisce il cuore della sintesi. La parte più rilevante, ai fini dell’argomento generale, è il modo in cui figure divine o eroiche contribuiscono a dare forma alla memoria civica. Vulcano, Ulisse, Circe, Feronia, Demetra-Cerere e Fortuna non sono trattati soltanto come oggetti di devozione, ma come snodi di narrazioni attraverso cui Praeneste e le altre città del Lazio si pensano, si rappresentano e si posizionano.

Il punto conclusivo è che Roma, vincendo politicamente, tende anche a vincere sul piano della memoria. Le tradizioni locali vengono assorbite, riordinate, subordinate o reinterpretate. Ma non scompaiono del tutto. Caeculo, Telegono e gli altri conservano le tracce di un Lazio più complesso di quello consegnato dalla narrazione romana: un Lazio in cui molte città potevano ancora raccontare origini diverse e immaginare destini differenti.

In questa prospettiva, Praeneste diventa un osservatorio privilegiato. Il suo fondatore nato dal fuoco rappresenta la persistenza di una memoria autonoma, non pienamente romanizzata. Le genealogie odissiache mostrano invece il tentativo di inserire quella memoria in reti più ampie, greche e mediterranee. Il risultato non è una sola origine, ma una stratificazione: origine dal fuoco, origine dal viaggio, origine dalla riscrittura politica. È in questo intreccio che si coglie il significato profondo dei miti di fondazione: non spiegano semplicemente come nasce una città, ma come una città vuole essere ricordata.

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