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Servizio Civile: la Caritas della Diocesi di Palestrina in prima linea

Il progetto che ha portato quattro ragazze per un anno ad occuparsi degli utenti della Caritas Diocesana, le motivazioni e i progetti futuri. L’incontro. Il nuovo bando del 10 di Ottobre.
Michela, Irina, Simona ed Alice. Questi i nomi delle ragazze incontrate pochi giorni fa che nel corso del 2019 hanno svolto il Servizio Civile Nazionale all’interno della Caritas della Diocesi di Palestrina.

Provengono tutte da esperienze diverse, sono culturalmente distanti eppure si sono ritrovate a condividere un percorso che le ha portate a fare i conti con se stesse, scoprendo capacità e sensibilità che fino a qualche mese fa, prima di questa avventura nemmeno sapevano di avere.

Impegnate nell’accoglienza presso il Centro di Ascolto, non negano, davanti le nostre domande, che non è stato un percorso facile. Si, Michela e Irina avevano già fatto qualche tipo di esperienza, ma per le altre, con un background diverso dalle prime, distante forse dal mondo comunitario, il confronto con uno scenario mai vissuto e visto sempre dall’esterno è stato forse più ostico.

“Oggi se vedo un senzatetto, vedo un essere umano. A volte mi fermo, anche se spesso non ho nulla da dire. Mi sforzo, so bene che una parola vuol dire tanto; col rischio di farsi mandare a quel paese!” ci cade ridendo Alice.

“Prima passavo dritta, non lo nego e qualche volta ho provato repulsione” aggiunge mentre il suo volto si fa serio sapendo di aver detto una grande verità pur con l’imbarazzo della circostanza.

L’incontro con l’altro. Questo è stato il vero scoglio da superare, anche se potrebbe apparire una contraddizione in termini per quattro ragazze impegnatissime nel servizio.

“A volte ci siamo rese conto che l’unica cosa che le persone che venivano al centro d’ascolto volevano era conversare. Sono state tante le situazioni nelle quali ho capito, percepito, che l’unica cosa di cui vi era bisogno era una persona che stesse li ad ascoltarle” conferma Simona a bassa voce Simona, una ragazza minuta, nella sua felpa di due taglie più grandi.

C’è anche chi provenendo da un contesto parrocchiale ha affrontato la cosa in modo più ragionato, come Michela ed Irina, entrambe impegnate in comunità, anche se in ambiti diversi.

“Forse è stato un fatto un pò più naturale, ma non posso dire di essere stata avvantaggiata nella decisione presa, rispetto a Alice e Simona. – afferma Irina, alla quale fa eco Michela. Insomma qui ci si mette in gioco per un anno e non può essere solo un modo per tappare un buco o fare qualcosa per un piccolo rimborso”.

Già, il lavoro, il tempo, la giovane età. Tutte variabili che spesso hanno inficiato il Servizio Civile Nazionale, adottato qualche volta come un trampolino di lancio per il mondo del lavoro, o come tappa buco per un anno perso all’università. Un “vabbè nel frattempo faccio qualcosa” che però genera subito un’accesa discussione.

“Queste variabili ci sono – ci assicura Michela, fanno parte del gioco. Ma è certo che se lo si fa solo per quello non si resisterebbe per un anno intero. No, è qualcosa di più”.

Si, perché le ragazze hanno a che fare con le persone e le persone sono complesse, possono deludere, possono non rispondere alle iniziative o alle aspettative che ci si pongono. Si ha a che fare con situazioni di disagio nelle quali occorre una grande sensibilità, situazioni di povertà estrema, non solo di tipo economico, ma anche sociale, morale, di comportamento. Può apparire strano, ma se c’è una cosa sulla quale concordano è che tutto ciò non è esclusivo di una fascia sociale, ma che tali situazioni possono evolvere in qualsiasi famiglia, in qualsiasi contesto.

C’è chi come Simona ha utilizzato il tempo trascorso a servizio anche per ripensare la propria vita, iscrivendosi all’università, chi ha rimodulato come Alice i propri pregiudizi, chi forse ha confermato dei giudizi come Michela e Irina, operando cambi radicali di rotta.

“Qui si parte con l’idea di dare (guarda il nostro impegno anche con la farmacia del centro) ma alla fine ci si ritrova a ricevere, ricevere tanto, a livello umano, esponenziale.

Arrivo alla fine, domandando loro forse ciò che si aspettano da un’intervista.

Pensate di continuare il vostro servizio a termine dell’anno?

C’è chi proseguirà, riportando la sua esperienza dentro la sua parrocchia, chi proseguirà altrove, chi forse farà altro. Ciò che è sicuro è che avranno degli strumenti in più per decodificare il mondo e per poter guardare l’altro con occhi nuovi. Su questo sono d’accordo tutte e quattro. L’altro è stata la vera scoperta, il vero traguardo raggiunto.

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