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Sei ore assurde e interminabili al pronto soccorso di Colleferro

L’incredibile racconto personale di una ragazza che, portata in ospedale dal 118 per trauma cranico frontale, si è trovata a vivere sei ore di attesa, tra disorganizzazione e paura del Covid.

Da un’amica e collega, riceviamo il racconto dell’assurda storia sulla propria pelle al pronto soccorso dell’ospedale di Colleferro. Ha scelto di ripercorrere quelle ore, la scorsa settimana, perché chi può capisca cosa è successo ed eviti che si ripetano episodi simili.

Sono le 12:15. Cado dalle scale di casa mia, mi faccio quasi tutta una rampa rotolando su gradini di marmo. Sbatto la testa al corrimano, la spalla (già in trattamento poiché incapsulata) e il gluteo. Tutta la parte sinistra me la trovo ammaccata. Non perdo i sensi e questa è una grande notizia. Ma lo spavento è tanto e allora senza esitare chiamiamo il 118. In poco tempo sono da me, mi fanno domande e la fatidica:

“Ma sei sicura di andare al pronto soccorso di Colleferro?”. No, non sono sicura.

Immagino il delirio, visto che l’ospedale di Palestrina è chiuso perché ancora non riconvertito da Covid-19 a ospedale “normale”. Però non ho scelta, la testa mi fa male ed è stata una bella botta. Allora mi caricano sull’ambulanza. Mi rilevano temperatura, glicemia e pressione. Arrivo attorno alle 13:00 circa, resto seduta sulla vettura e un medico in piedi all’esterno mi accoglie e mi assegna un codice  (che non saprò mai quale sia perché durante la permanenza in ospedale un’infermiera mi dirà che sono codice giallo. Il mio bracciale però riporta “azzurro”). L’unica raccomandazione del medico all’infermiera del 118 è: mettiamola in barella, ha battuto la testa e non deve stare seduta ma sdraiata.

Eh sì, peccato che non ci sono barelle. Mi spiegano che mi lasciano su quella dell’ambulanza e che essendo un po’ instabile devo stare ferma. Mi piazzano nella corsia del pronto soccorso, davanti a me una signora disperata col piede rotto. Il resto dei pazienti sono nella stanza più grande, prima del corridoio.

Inizia l’attesa. Aria condizionata a palla che scivola sopra il mio lettino, posizionato più in alto rispetto agli altri poiché è quello del 118. Per riuscire ad avere una coperta ce ne vorrà di tempo. Intanto tra un dolore e l’altro osservo medici e infermieri che si muovono accanto a me. Sento dire che sono stanchi, che “per favore non fatemi fare la notte che non ce la faccio più”, che non ci sono barelle, che non trovano cose, che “ma quando riapre Palestrina”, “ecco lei è una collega nuova…”.

Insomma sento moltissime cose e se una parte di me empatizza con lo staff medico, c’è un’altra parte di me secondo cui qualcosa non quadra. Ed è l’evidente disorganizzazione in cui questi medici sfrecciano in quella corsia, alla ricerca di barelle libere, strumenti, fogli di carta e pazienti. Intanto il tempo passa.

Ma io sono una “paziente” e quindi so che devo stare buona in attesa. Dopo un po’ mi danno una barella vera.

Abbandono quella del 118 e mi piazzano insieme ad altri pazienti alla sala più grande, quella prima della corsia. Le barelle sono tutte attaccate, l’ospedale è pieno, non c’è gel disinfettante e nemmeno una porta aperta per il ricambio di aria. Praticamente il corridoio era un hotel 4 stelle, ora mi ritrovo in un motel da incubo. Socializzo con un paziente che come me ha avuto un incidente ed è più giovane dell’età media dei pazienti presenti in sala. Lui è romano e si è trovato in zona per caso. Manifesta un po’ di titubanza per quella struttura che già esteticamente lascia trapelare segnali di fatiscenza. Mi dice mai più e aggiunge: “se hai necessità vai a Tor Vergata o meglio al Casilino”.

Un’ora dopo la permanenza in questo posto, arrivano due infermieri completamente bardati. Devono fare un tampone per il Covid-19 a un uomo anziano presente in sala. L’unico che chiacchierava senza mascherina. Ora, è possibile che sia prassi, magari deve essere ricoverato e il tampone è d’obbligo. Io e gli altri non sappiamo se sia un possibile caso Covid realmente, nessuno ce lo spiega. Regna sgomento, incredulità e la sensazione di mancanza di sicurezza e di protezione aumenta. Spaccio il mio gel per le mani al mio compagno di disavventura. Non c’è nulla per disinfettarsi o per proteggersi. 

Mi alzo con cautela dalla barella perché si fanno le 15:00 e su di me ancora nulla. Chiedo. Mi dicono che controllano. “ha un paziente solo avanti, un’oretta circa”. Ok, non mollo e rimango però chiedo di andare fuori e prendere aria. Così faccio, saluto i miei cari che rivedo all’esterno e scopro che nella sala prima della mia, c’è una sorta di accettazione con altri pazienti in attesa. Qui non ci sono barelle, solo posti a sedere ma per fortuna la porta è spalancata. C’è ossigeno.

Rientro dentro nella sala grande. La mia barella è già sparita. Avevano capito che sarei andata via. Che avrei abbandonato l’attesa. Ed è vero, l’ho pensato e anche detto ma poi ho anche assicurato che forse è meglio di no: resto qui prendo solo aria. Allora torna la barella. E me la piazzano vicino a due pazienti molto anziani, uno di loro è quello a cui, medici bardati, hanno fatto il tampone. 

Ora, io che ho già tanti guai dei miei. Con quale coraggio mi lascio collocare lì in mezzo?

Mi prendo la responsabilità di stare seduta e non sdraiata, purché mi mettano fuori.

Così completo la mia attesa nella sala di “accettazione” con la porta aperta. Ecco lì vedo un altro film ancora. Infermieri che chiamano gli stessi pazienti più volte, quando già erano entrati in reparto. Un anziano bacchettato perché non doveva venire visto che “non hanno una stanza per isolarlo e ci sono anche potenziali Covid!”. Ma anche la chiamata alla visita di una signora. Che però non rispondeva all’appello. Fin quando il marito non dichiara: “guarda che l’avete portata al bagno voi. L’avete scordata lì?”.

Sono passate le 18.00. E io avevo un solo paziente avanti. Ma due ore per questo paziente? Sono a digiuno dalle 9 del mattino. Non mi sento proprio bene. Faccio pena al mio compagno che è costretto a farsi sentire dai medici. Mi portano dentro. Aspetto altri 10 minuti e guardo l’infermiera che ha visto tutto il mio iter e mi guarda con passione. Le dico: “mi spiace che siate così disorganizzati. E per esperienze pregresse penso che non sia dovuto solo al momento storico che viviamo”. Lei malgrado la mascherina, con i suoi occhi è più espressiva che mai. E risponde: “avete ragione. Io la penso come voi pazienti”. Mi esorta quasi ad alzare il tono di voce. Chissà a chi voleva far arrivare la mia lamentela…

Finalmente il medico mi chiama. La conosco perché ha seguito mia nonna che a novembre è arrivata lì. Non l’hanno salvata, ma questa è un’altra storia. La dottoressa fa tremila cose e nonostante sia indaffarata riesce ad essere gentile con me. Appena lei si allontana dalla stanza per qualche secondo, incrocio lo sguardo di un’altra infermiera.

Mi guarda e fa: “io sono nuova di qua, ma è davvero un gran casino”. Eh già.

Mi dimettono alle 18.43 dopo alcuni test motori che dicono che non ho in corso deficit neurologici. Senza esami e senza tac. Se per 72 ore non accade nulla sono fuori pericolo. Sempre che non abbia intanto contratto il Covid.

Non discuto né la visita né il trattamento del medico. È l’organizzazione che spaventa. Perché non c’è.

Assenza di igiene, bagni sporchi, nessun gel sanificante (dispenser vuoto “non l’abbiamo più”), nessuna distanza tra pazienti in barella. Infermieri rammaricati e consapevoli del calvario che deve passare chi, malauguratamente, finisce lì.

Eppure siamo alle porte di Roma. Nel 2020.

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