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“Ripartiremo con maggiore responsabilità”. Cronaca di una quarantena in questo tempo sospeso.

Da quando è iniziata questa fase di emergenza da Coronavirus abbiamo cominciato una serie di riflessioni sulla nostra società, su cosa ne è di noi chiusi in casa, di cosa ne sarà di noi quando avremo finalmente la possibilità di uscirne. Abbiamo concepito questa rubrica come un rubrica il più possibile “condivisibile” e per questo abbiamo aperto ad altri contributi, dopo alcune richieste di pubblicazione. Felici di ospitare il pensiero di molti.

Riceviamo e pubblichiamo. Di Roberto Papa

La riflessione di Matteo Palamidesse su NumeroZero del 7 aprile, merita di essere ripresa e sviluppata. Queste che seguono sono alcune riflessioni parziali nel tempo del tempo del virus.

Io partirei da qui: 

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima (al 7 aprile) che la crisi economica e del lavoro, a causa della pandemia è la più grave dal dopoguerra.

L’Istat nella sua nota mensile sempre del 7 aprile, riferita al mese di marzo,  mette in evidenza come “Le necessarie misure di contenimento (lockdown) del COVID-19 stanno causando uno shock generalizzato, senza precedenti storici, che coinvolge sia l’offerta sia la domanda”.

Sia il clima di fiducia delle famiglie che delle imprese a marzo hanno segnato un deciso trend negativo e conseguentemente la stima del PIL vede un -0,3%, con un tasso di disoccupazione al 9,9%. Se poi vediamo al lockdown  con una proiezione fino a giugno tutti i settori economici avranno indicatori negativi  con un -4,5% sul totale dell’economia ma con due settori particolarmente colpiti: Alloggio e ristorazione -23,9% e Commercio, trasporti e logistica -6,9.

Dati che sicuramente a molti fanno pensare ad un periodo di guerra, tanto che spesso i commenti alla pandemia sono accompagnati da espressioni “belliche”: i medici di base come la prima linea di fuoco, gli ospedali come trincee, il fronte del virus, per finire ad economia di guerra.

Sono certamente metafore dentro le quali carichiamo una narrazione che evocano immagini, appunto quelle di una guerra, cariche di pathos, ma anche di possibili e spesso non volute conseguenze. In guerra siano in stato di emergenza. La scrittrice americana Susan Sontang ci ricorda che trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate.

Usare la metafora della guerra in una situazione di emergenza pandemica è pericolosa perché “parlare di guerra, d’invasione e di eroismo, con un lessico bellico ancora ottocentesco, ci allontana dall’idea di unità e condivisione di obiettivi che ci permetterà di uscirne”.

Oggi invece, al contrario di un tempo di guerra, che è un tempo di odio dove per sopravvivere  si deve uccidere, le persone stanno dimostrando un tempo d’amore dove la vicinanza e la solidarietà, anche a costo della propria vita (94 i medici morti ad oggi), sono i motori sociali che ci stanno spingendo verso la fuoriuscita del tunnel e che ci fa dire “sentinella quanto resta della notte? E la sentinella risponde “Viene la mattina e viene anche la notte. Se volete interrogate pure; tornate e interrogate ancora”Isaia 21, 11-12

Usare quindi una parola o un’altra (guerra anziché epidemia) all’interno di una cornice data, e oggi la cornice è sanitaria (si muore per un virus)  e non confronto fra nazioni  (non si muore per una bomba), può cambiare e spesso far fraintendere il senso della narrazione attribuendole fini che potremmo definire come “eterogenesi dei fini”: Orban in Ungheria, eletto con un sistema democratico, e il cui partito milita nel Partito Popolare Europeo, trasforma, in tempo di emergenza pandemica, il suo paese in una democratura dai caratteri decisamente polpulisti e autoritari. Una parola può cambiare radicalmente il senso di qualcosa, attribuendole una specifica qualità o isolando ed esaltando una singola qualità fra molte (lo stato di emergenza).

E qui verrei alla domanda di Matteo “Ma ciò che ci chiediamo da giorni è se davvero quella normalità, quella di prima…. è la normalità alla quale tornare?

Per rispondere mi faccio aiutare da due intellettuali del novecento.

Keynes che scriveva “La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie le quali, per coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli ambiti della mente”.

Gramsci che nei Quaderni dal carcere scrive.” La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.

L’attuale pandemia sfocerà in una nuova “grande crisi” che toccherà l’offerta e la domanda e come per altre crisi il pensiero neoliberista, oggi dominante, anche in una parte della sinistra, lascerà che sia il mercato come entità “naturale”, attraverso la sua mano invisibile, a regolare le varie aree di crisi che in termini umani  si chiamano aziende che chiudono, lavoratori licenziati, improvvisa diminuzione di reddito per alcuni e per altri entrare nella condizione di povertà assoluta.

Ecco questa è la “normalità di prima” sulla quale si interroga Matteo. E’ evidente che una crisi che secondo gli analisti di J.P. Morgan vedrà nel secondo trimestre un calo del 22% del Pil non potrà avere che come sbocco naturale una rinnovata centralità dello Stato che ponga sotto il suo diretto controllo, in termini di massicci investimenti, la sanità (non fosse che la popolazione italiana sta invecchiando e che pandemie non è detto che non si ripresentino), l’istruzione pubblica (non fosse che tutti gli indicatori ci danno come un paese “analfabeta”, con tanti saluti alla nostra egemonia culturale del passato), la ricerca e innovazione, l’agricoltura.

Questa pandemia ci sta mettendo davanti tutti i nostri ritardi soprattutto in settori come sanità ed educazione dove da un lato scontiamo un decennio di tagli per 37 mld di euro con conseguenti tagli al personale e alle strutture, e dall’altro scontiamo una decadenza non solo culturale ma anche in strutture edilizie e diffusione del digitale.

Lo Stato deve ritornare a giocare un ruolo importante anche facendosi promotore di iniziative come in passato furono ad esempio l’IRI, le partecipazioni statali, la cassa per il mezzogiorno. Oggi sull’importanza del ruolo che può svolgere lo Stato non solo abbiamo una maggiore consapevolezza ma soprattutto un sistema di controlli sul rapporto pubblico-privato e su quello politica-pubblico che forse nel passato è stato sottovalutato.

Nel suo citato rapporto la ILO indica quattro assi su cui fondare la risposta politica:

  1. stimolare l’economia e l’occupazione
  2. sostenere le imprese e il lavoro e le pensioni
  3. proteggere i lavoratori sui posti di lavoro
  4. favorire il dialogo sociale per trovare soluzioni

E’ solo se cambiamo i paradigmi economici e sociali e i nostri stili di vita, partendo da una riflessione su questo “tempo sospeso” che il dopo virus non sarà un ritorno alla normalità del prima, ma una ripartenza con una maggiore responsabilità verso gli uomini, le donne e la natura. 

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