Intervista al presidente della Commissione ambiente della Regione Lazio che si presenta per la conferma con il Polo Progressista per Donatella Bianchi.
La Regione Lazio ha varato da tempo un piano rifiuti che Lei non ha votato, pur condividendone alcuni principi. Quali sono i pregi (e i difetti) e in cosa pensa sia stato disatteso?
Il Piano rifiuti regionale non era certo perfetto: lasciava aperte forti criticità e perplessità, che mi portarono a non votarlo. Ad esempio, prevedeva insediamenti come il mega impianto – detto “compound” – di Colleferro, condannandolo ancora una volta al transito e deposito di rifiuti indifferenziati provenienti da Roma.
In secondo luogo, quel piano permetteva – tra le righe – la riconversione della discarica di Magliano Romano, in forza di emendamenti a targa Pd, FdI e Lega, a discarica di indifferenziato a servizio di Roma. Al netto di queste criticità quel piano – atteso da 18 anni – ha adeguato il Lazio al quadro normativo, imponendo la fine della centralità di discariche e incenerimento per puntare al recupero di materia, come chiede espressamente l’Unione Europea dal 2018, col Pacchetto Economia Circolare.
Tra ordinanze e atti straordinari, però, esso è stato svuotato di senso. Fino ad arrivare al “Decreto Aiuti” della scorsa estate, quando si sono conferiti poteri Commissariali a Gualtieri per il nuovo, inutile e dannosissimo inceneritore (che si somma a quello già ampliato di San Vittore).
Tuttavia nel Piano rifiuti regionale, per la prima volta era abbozzato quel principio di autosufficienza e prossimità, poi definito con la legge Egato del 2022, che da Presidente della Commissione rifiuti ho fortemente voluto e che oggi, finalmente, ha un valore prescrittivo: nonostante il commissariamento, Roma deve essere autosufficiente, oggi e domani. Non si possono più esportare rifiuti ma si dovranno necessariamente trattare in impianti sul territorio capitolino e, per farlo, l’unica strada percorribile e sostenibile sarà quella di pensarli di minime dimensioni e impatto, diffusi e pubblici: per sfuggire ad una logica di profitto che, per massimizzare gli utili di pochi, massifica rifiuti a danno di tutto e tutti.
Nei cinque anni in Regione, si è occupato, coerentemente alla sua vocazione ecologista, di aree verdi e Parchi in tutta la Regione. Quali risultati è riuscito a raggiungere?
Oltre ad evitare la deperimetrazione di alcuni Parchi, proposta dal centrosinistra, ho avuto la fortuna di apporre la mia firma su due provvedimenti molto importanti e dei quali vado particolarmente orgoglioso. Il primo, nel 2018, per ampliare l’area del Parco Appia Antica, fermando una delle più grandi speculazioni edilizie che il Lazio ricordi, quella sul Divino Amore: 15mila appartamenti per oltre un milione di metri cubi di cemento. Il secondo provvedimento, del 2021, ha unito il Parco Appia Antica con quello dei Castelli Romani, realizzando così le prospettive di un grande ecologista come Antonio Cederna: un cuneo verde che dai Castelli arriva fino al cuore di Roma.
Al momento scontiamo l’inerzia della Giunta a guida Pd, nonostante le molte proposte da me avanzate in questa legislatura per ristabilire la disciplina dei Parchi, finalmente dotandoli degli strumenti amministrativi e gestionali adeguati: servono Piani d’assetto, consigli direttivi in carica – ad oggi invece commissariati – e, ovviamente, piani economici. Il Parco dei Castelli dovrebbe essere ulteriormente ampliato verso i Colli Prenestini e le aree naturalisticamente omogenee.
Lei è candidato con la lista del Polo Progressista. Pensa che questa collocazione sia coerente con le battaglie condotte in questi anni? E perché?
Ho scelto il Polo Progressista perché, nelle battaglie come quelle elencate ora, i miei avversari all’interno della maggioranza regionale sono stati in primo luogo i colleghi del Pd, di Azione e di Italia Viva, che non solo hanno espresso posizioni lontane dalle mie, ma hanno depositato atti in senso esattamente opposto alla sostenibilità che ho sempre sostenuto.
Certo, in una maggioranza si accetta di stare tra anime diverse, per poter conseguire risultati a favore di territori e Comunità, ma quando, come oggi, quel fronte si spacca per volontà dello stesso Pd, che fa fuori il suo candidato più credibile a tenere insieme le anime del “campo largo” e rifiuta un confronto sull’inceneritore di Roma e l’altrettanto inutile e dannosa autostrada Roma-Latina, non credo sia possibile rimanere, da ecologista, in una coalizione perdente la cui parte preponderante si schiera per l’incenerimento, il consumo di suolo e addirittura il nucleare.
Essere ecologista non può permettere, se non per calcolo e probabilità di guadagnarsi la poltrona, di stare in una coalizione che nega i propri capisaldi di sostenibilità. Se avessi scelto, dopo la rottura del campo largo, di stare in quella collocazione, come ha fatto senza alcuna preventiva discussione interna il partito di Europa Verde – in cui militavo -, avrei semplicemente negato il lavoro fatto in questi anni. Non è questione di coerenza, ma di credibilità e rispetto del lavoro, svolto con i miei colleghi in ufficio e con le molte Comunità incontrare sui territori.


