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L’indifferenza fa crollare l’acquedotto romano

di Albino Lucarelli

A San Gregorio da Sassola un triste esempio di un acquedotto romano che si sbriciola lasciato all’incuria degli anni e della disattenzione.

Probabilmente aveva ragione Plinio il vecchio quando sosteneva: “Chi vorrà considerare con attenzione … la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso”.

Sì gli acquedotti romani, opere mastodontiche di un ingegno elevatissimo, opere che hanno incanalato l’acqua per secoli e dissetato milioni di persone. In qualsiasi altro paese un gioiello di archeologia idraulica di così alto valore avrebbe richiamato, e richiama (vedi in Francia per dirne uno), migliaia di visitatori. In Italia no, nel Bel Paese lasciamo che l’incuria e il trascorrere del tempo abbattano le loro arcate, li facciano sbriciolare dalle edere e crollino su se stessi sotto il peso dell’abbandono.

Questa è la storia del “ponte San Pietro” (e non solo) nel territorio di San Gregorio da Sassola. Un ponte che serviva per far superare il fosso della Mola all’acquedotto in cui scorreva l’acqua marcia (144-130 a.C.).

Oggi quell’unica arcata di 16 metri sta crollando; qualche giorno fa, probabilmente lesionata dalle piene e dalla vegetazione che sta soffocando la struttura, una parte del ponte si è letteralmente sbriciolata rendendo pericolante l’intera struttura. È necessario un intervento immediato se si vuole tenere ancora in piedi un opera di tale valore storico.
Alcuni escursionisti hanno fatto una segnalazione, con tanto di foto alla soprintendenza che ha assicurato, nonostante i pochi mezzi economici di fare un sopralluogo.

Purtroppo la continua mancanza di fondi per le bellezze del nostro paese è una condanna a morte per la cultura e l’archeologia. Spesso però basterebbe una volontà, una visione che va oltre il nostro naso, perché se in Italia non abbiamo le forze, come in questo caso, di togliere almeno le erbacce dalle ricchezze archeologiche allora non c’è futuro per la conservazione e la valorizzazione.

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