Domenica 26 ottobre il Circolo Culturale Prenestino Roberto Simeoni APS presenta, alle ore 17,30, presso la Biblioteca Comunale Fantoniana, in Via Madonna dell’Aquila a Palestrina (RM), “Italiana con permesso”, la “graphic novel” di e con Takoua Ben Mohamed.
“Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi leggo Corto Maltese”. Questa frase di Umberto Eco, può benissimo valere per i libri di Takoua Ben Mohamed.

Sull’integrazione, sull’accoglienza sono state scritte migliaia di pagine, ma che, come tutti i saggi, arrivano a poche persone.
Se quei concetti vengono, invece, espressi attraverso un racconto a fumetti (questo significa “graphic novel”) siamo certi che raggiungerà molte più persone, che magari esperti non sono, ma che attraverso un fumetto riescono a comprenderne il significato.
Nel suo libro del 1964 “Apocalittici e Integrati” Eco dette legittimazione al fumetto come forma culturale. Solo l’anno dopo uscì in Italia la prima rivista dedicata ai fumetti “Linus”. Da allora in poi il fumetto assurse al rango “alto” di letteratura, dando seguito a grandi autori come Crepax con “Valentina”, Hugo Pratt con “Corto Maltese” fino a Manara, Pazienza e ZeroCalcare.
Dentro questo filone “letterario” si inserisce Takoua Ben Mohamed che con il suo “giornalismo a fumetti” ci racconta, attraverso le tavole, realtà a molti sconosciute, quali vivere l’infanzia sotto la dittatura o il razzismo nei confronti degli stranieri.
Accanto ai nostri figli e nipoti, oggi vediamo bambini e bambine “diversi” provenienti da tutto il mondo in un miscuglio di lingue, culture, religioni che, se non governate, portano a divisioni, esclusioni che riassumiamo nella parola “razzismo”, quanto di più sbagliato ci possa essere.
Takoua si definisce spesso una “tunisina di Roma”. Arrivata in Italia nell’agosto del 1999, quando aveva 8 anni, la sua storia familiare è segnata dall’esilio del padre, rifugiato politico per vent’anni.
«Era un insegnante, una delle categorie più perseguitate», racconta. Ma anche la madre era un’attivista, così come lo zio, professore universitario, che fu incarcerato e ucciso sotto tortura. «Era una famiglia abbastanza movimentata», dice con un sorriso.
Il primo anno vivono a Valmontone, in provincia di Roma. «Eravamo l’unica famiglia straniera, ma eravamo ben accolti, era il ’99 e la diversità era vista con curiosità sana. I nostri vicini di casa per me erano nonno Giovanni e nonna Ada e mi accompagnavano a scuola».
Tutto cambia con il trasferimento a Roma l’anno successivo. «Nelle grandi città c’è più diffidenza, e dopo l’11 settembre le cose peggiorarono: eravamo una famiglia araba mussulmana, neanche i bambini giocavano con noi». In quegli anni, Takoua inizia a farsi domande, a cercare di capire perché c’era tanta cattiveria nei confronti delle sue sorelle maggiori che portavano il velo.
«In prima media decisi di iniziare a indossarlo anch’io, spinta dalla curiosità. Era quasi una sfida, nonostante i miei genitori me lo sconsigliassero per paura delle reazioni altrui». Iniziano così gli anni più difficili.
Per la pressione sociale, Takoua smette di parlare in arabo e si trova tra due fuochi: da una parte il compagno fascista, dall’altra le aspettative della comunità musulmana.
«Vista dall’Italia, dovevo liberarmi del velo; vista dalla comunità, dovevo essere un modello perfetto come figlia di un Imam”. I suoi genitori, però, le hanno sempre dato la libertà. «Sono stati gli altri ad attribuirmi responsabilità che non avevo. I miei, invece, ci hanno sempre spronato a seguire i nostri sogni».
“”Italiana, con permesso” non è solo una graphic novel. E’ una voce che rompe il silenzio. E’ ironia che ti spiazza. E’ una storia vera, ma potrebbe essere la tua.
Takoua Ben Mohamed è cresciuta qui, in Italia. Ma per diventare “italiana”, ha dovuto chiedere il permesso. Tutti i giorni. Per anni. Per tutto.
Insieme al suo miglior amico Marco, “bianco, biondo, italiano al 100%”, scoprirà di non essere sola.
La loro risposta a un mondo in cui sembra impossibile essere sé stessi? Unire le forze e ribellarsi.

