Intervista a Salvatore Genovese, lo “storico” farmacista di Zagarolo che ha cambiato l’approccio della professione creando una connessione diretta con il territorio
di Luca Marcantonio
Negli ultimi anni il ruolo del farmacista è cambiato?

Assolutamente sì. Negli ultimi dieci anni il ruolo del farmacista è cambiato in modo profondo. La farmacia è oggi il presidio sanitario più vicino al cittadino, sia a chi sta bene sia a chi sta male. Le persone si rivolgono a noi perché sanno di poter trovare risposte, ascolto e aiuto immediato.
In che rapporto si pone oggi la farmacia rispetto al medico di base?
Sempre più spesso il farmacista viene percepito come una figura di riferimento simile a quella del medico di base. Un tempo il medico di base era il pilastro della sanità territoriale; oggi, per varie difficoltà organizzative, non sempre riesce a garantire la stessa presenza. Gli appuntamenti arrivano tardi e questo crea un vuoto che, in parte, viene colmato dalle farmacie.
Durante il Covid quale ruolo hanno avuto le farmacie?

Durante il Covid nessuno poteva tirarsi indietro. Noi farmacisti abbiamo aiutato moltissimo le persone: consegne a domicilio, assistenza continua, contatto diretto con i cittadini, anche quando c’era il rischio del contagio. Abbiamo svolto un servizio essenziale, spesso andando oltre i nostri compiti tradizionali.
La categoria dei farmacisti quindi è stata all’altezza della situazione?
Sì, senza dubbio. È una categoria forte, abituata a stare vicino alla gente. La maggior parte dei farmacisti vive il proprio lavoro come una missione. Non lo dico per spirito corporativo, ma per esperienza diretta: i colleghi sono davvero al servizio delle persone.
Negli ultimi anni sono nate molte nuove farmacie. Come si spiega questo fenomeno?
È il risultato di una serie di norme introdotte oltre dieci anni fa, che hanno permesso ai Comuni di individuare zone carenti e aprire nuove sedi, oltre ai normali concorsi legati alle piante organiche. Questo ha portato a molte aperture, ma non sempre a una reale sostenibilità economica.
Quanto è difficile, oggi, gestire una farmacia? La diversificazione quanto conta?
Sicuramente è un compito sempre più complesso. I margini sui farmaci sono controllati dal Ministero della Salute e la concorrenza è aumentata. Per questo le farmacie hanno dovuto diversificare, offrendo nuovi servizi: CUP, elettrocardiogrammi, holter, diagnostica di base. Tutto questo richiede investimenti, personale specializzato e competenze sempre più ampie.
Il farmacista oggi deve quindi avere competenze diverse rispetto al passato?
Decisamente sì. Oggi il farmacista deve essere anche un esperto di informatica, di gestione dei dati e dei servizi digitali. Le nuove generazioni sono più agevolate, ma per tutti il lavoro è diventato molto più complesso rispetto a quando bastava “attaccare il bollino”.
Siete stati tra i primi a introdurre alcuni servizi innovativi.
Sì, abbiamo iniziato a fare elettrocardiogrammi e holter cardiaci quando a Roma erano pochissime le farmacie attrezzate. Lo stesso vale per i tamponi Covid: abbiamo utilizzato macchinari innovativi, anticipando soluzioni che poi sono diventate la norma. All’inizio non è stato facile, ma col tempo si è visto che erano scelte giuste.
Dalla pandemia in poi, avete anche potenziato le consegne a domicilio.
Esatto. Avevamo già attivo un servizio di consegna, che durante il Covid è diventato fondamentale: arrivavamo a centinaia di consegne al giorno. Ma non era solo un servizio logistico. Molte persone chiamavano semplicemente per parlare, per sentire una voce amica. Il farmacista è diventato anche un punto di riferimento umano e sociale.
L’apertura h24 ha cambiato il rapporto con il territorio?
Moltissimo. Oggi l’apertura continua, è un servizio essenziale anche se molto costoso e non sempre sostenibile economicamente. Però la gratitudine delle persone ripaga ogni sacrificio: sapere di essere utili nei momenti di bisogno dà un grande senso di orgoglio.
Come immagina il futuro della sanità territoriale?
Credo che il sistema debba cambiare. I medici di base vanno potenziati e integrati meglio con il territorio. Gli ospedali devono occuparsi dei casi più gravi, mentre per i problemi meno seri servono strutture intermedie, accessibili e rapide.
Quale ruolo avranno le farmacie in questo futuro?
Le farmacie devono diventare sempre più presìdi sanitari avanzati. Immagino un futuro in cui farmacisti e medici lavorano insieme, magari nello stesso spazio superando il concetto di “studio medico, per dare risposte immediate ai cittadini, senza passaggi inutili.
Che giudizio dà sulle parafarmacie?
Credo che non abbiano portato i benefici sperati. Non sono farmacie e possono dare poche risposte. In molti casi non hanno garantito né occupazione stabile né un reale miglioramento del servizio ai cittadini.
Internet e l’informazione sanitaria online: opportunità o rischio?
Entrambe. Oggi c’è molta informazione, ma anche molta disinformazione. È fondamentale il ruolo del medico e del farmacista per aiutare le persone a interpretare correttamente ciò che leggono, evitando inutili allarmismi.
Sta lavorando a un progetto importante: il “villaggio della salute”. Di cosa si tratta?
È una piccola città della salute pensata per i cittadini: farmacia, laboratori di analisi, studi medici, diagnostica avanzata, fisioterapia, riabilitazione e servizi veterinari. Un luogo accessibile, dove dare risposte rapide e complete. Speriamo di poterlo inaugurare entro pochi mesi.

