La Festa dello Sport, la seconda per Palestrina, passerà alla storia anche per un’assenza che, fino a qualche tempo fa, sarebbe stata impensabile: il calcio non esiste più.
di Massimiliano Rosicarelli
Per decenni è stato il re incontrastato, il monopolista della piazza, tra Serie D ed Eccellenza, protagonista dei discorsi nei bar e nei centri commerciali nostrani.
Oggi, per il terzo anno di fila dalla sua scomparsa dai radar della nostra comunità, la sua assenza rappresenta una rinuncia forzata, della quale in molti continuano a non comprendere le ragioni. È il capitolo finale di una metamorfosi che ha cambiato profondamente il nostro modo di intendere lo sport, il movimento e l’aggregazione.
Palestrina aveva una squadra di calcio nata nel 1919 e oggi, invece, latita dalla geografia pallonara. Il calcio, per come lo avevamo conosciuto negli ultimi decenni, si è spento anche sotto il peso delle sue stesse esagerazioni: dall’eccessiva politicizzazione, entrata a piedi uniti nella vita dello stadio Sbardella, oggi abbandonato, alla progressiva perdita di quel legame genuino con il settore giovanile, dal quale sono emersi anche ragazzi capaci di arrivare al calcio professionistico. E la favola di Emanuele Lulli, tra As Roma e nazionale Under 21, ne è un bellissimo esempio.
Quando lo sport diventa soltanto uno strumento politico, uno spettacolo da offrire alla comunità per raccogliere consenso e voti per Tizio o Caio, rischia di smettere di essere “sport” nel senso più autentico del termine.
E la sua scomparsa, contrariamente a quanto qualcuno potrebbe pensare, ha lasciato un vuoto enorme. Per chi ha vissuto per anni il calcio cittadino, quello al quale stiamo assistendo somiglia a un funerale a tutti gli effetti, forse per la soddisfazione di pochi ma certamente a discapito di molti.
La Festa dello Sport senza il calcio dovrebbe allora spingerci a una riflessione: il movimento sportivo deve tornare alla gente e ai cittadini. E l’imprenditore che un giorno vorrà investire nuovamente nel calcio prenestino dovrà poterlo fare con passione, con il cuore e con un progetto serio, senza trasformare lo sport in uno strumento per altri interessi.
Perché alla fine, con la scomparsa del calcio a Palestrina, abbiamo perso tutti: chi andava allo stadio, chi giocava, chi accompagnava i propri figli al campo e persino chi quella squadra non la seguiva.
Abbiamo perso un pezzo della nostra storia sportiva e della nostra identità. Sarebbe ora che tutti ci svegliassimo.

