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L'editoriale

Che pazzarello, sto Mattarella

di Massimo Sbardella 

Tutti in piazza a difendere il ruolo istituzionale di Sergio Mattarella. Sacrosanto. Non può un leader qualsiasi, peggio ancora Di Maio, chiamare in diretta Fabio Fazio per annunciare “la messa in stato di accusa per alto tradimento del presidente della Repubblica”, perché ha chiesto al presidente del Consiglio incaricato Conte di cambiare un nome nella lista dei ministri. Non si può. E’ una sua prerogativa, lo dice la Costituzione, e va accettata per quello che è. Certo, si può borbottare, ci si può lamentare ma tutto quel can can non ha senso. E’ come quando la domenica, Var o non Var, un arbitro assegna un calcio di rigore che, probabilmente, non ci sta. Allenatore e presidente possono piagnucolare un po’ in tv ma non per questo annunciano il ritiro della squadra dal campionato.

Premesso, quindi, che Mattarella era legittimato a fare ciò che ha fatto, resta una questione aperta: siamo sicuri abbia fatto bene? A giudicare da quanto visto in settimana, la risposta appare scontata. E solo perché, se la decisione del Quirinale era motivata dal timore che i mercati reagissero male, i miliardi di euro bruciati nei giorni seguenti fanno pensare che peggio di così fosse impossibile. No. Ciò che rende alquanto “pazzarella” la scelta del Presidente è che, dopo 84 giorni di deriva, un Governo che si avvia al varo sembrava un qualcosa di auspicabile. Nel momento in cui si sceglie di fermarlo, però, significa che nella manica si ha un asso da giocarsi: ma la scelta Cottarelli, che stava per andare davanti al Parlamento con buone probabilità di incassare “zero” nella casella della fiducia, non sembra avesse i connotati dell’asso nella manica. 

E così, mentre Di Maio in 24 ore passava dall’alto tradimento all’alto gradimento su Mattarella, ecco giovedì sgonfiarsi l’ipotesi Cottarelli e, quando tutti stiamo già pensando al primo voto in infradito e costume ascellare, riparte la telenovela del fantomatico governo “giallo/verde”. Senza il famigerato ministro della rottura? Come no!? L’82enne Savona (fino a ieri sconosciuto, oggi pedina irremovibile per il futuro del Belpaese) potrebbe occupare una casella del nascituro governo, purché non sia all’economia. Un modo, sembra, per salvare capra e cavoli. Con un problema: una politica in cui le capre ormai abbondano e i cavoli diventano sempre più amari. 

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