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Caso Antonello Sio, alcune precisazioni sui fatti e sulla notizia

Da quando abbiamo dato la notizia della condanna di Antonello Sio, al tempo dei fatti Don Antonello, abbiamo ricevuto centinaia di commenti che abbiamo letto con attenzione, uno ad uno.

di Matteo Palamidesse, Massimo Sbardella

Al di là di quelli che gridano alla pena di morte, al di là degli improperi e delle bestemmie, che ci aspettavamo conoscendo il clima giustizialista dei social, ci sono state due o tre osservazioni che, crediamo, meritino considerazione.

La scelta della foto per non sbattere il mostro in prima pagina

La prima osservazione riguarda la scelta della foto per l’articolo. Qualcuno ha ipotizzato che tale scelta volesse additare come “correo” l’intero corpo sacerdotale prenestino, visto che non abbiamo pubblicato un primo piano di Antonello Sio bensì la foto di una chiesa piena di sacerdoti, Vescovo compreso. In realtà chi fosse don Antonello lo sanno tutti, visto che è stato a Palestrina quasi 20 anni, e abbiamo quindi voluto evitare di “sbattere il mostro in prima pagina”, visto che non rientra (e non è mai rientrato) nel nostro modo di interpretate il giornalismo.

La posizione netta del vescovo Mauro Parmeggiani

Tra l’altro, contrariamente al passato, la posizione del vescono S.E. Mons. Mauro Parmeggiani sulla vicenda è sempre stata netta e trasparente e, anche stavolta, ha subito voluto precisare che – prima ancora che arrivasse la sentenza – “Antonello Sio è stato dimesso dallo stato clericale lo scorso 13 gennaio, quindi non è più sacerdote. Pertanto è erroneo riferirsi a lui come don Antonello o don Sio“. Anzi, al contrario di molti altri presunti paladini della legalità, Parmeggiani ci ha scritto “Il Vescovo e la Curia Vescovile colgono questa occasione per esprimere tutto il loro rammarico per il male compiuto dal già sacerdote“.

La nota inviata dal Vescovo Mons. Parmeggiani
Chi fa caciara e chi dà notizie

Qualcuno, ahimé, ha pensato bene di accusarci di “fare caciara tanto per” e di “aizzare gli animi”: un giudizio ingeneroso visto che, a detta di frati/sacerdoti e persone molto vicine ad Antonello, non abbiamo fatto nulla più che riportare i fatti, quelli descritti in una sentenza di ben 20 pagine, senza lasciarci andare a commenti o interpretazioni. In “caciara”, purtroppo, tende a buttarcela chi sguazza tra le menzogne e la propaganda, con fini ovviamente diversi da chi fa informazione in modo credibile.

La veridicità dei fatti e la pena che non può essere appellata

A chi ci chiede se l’articolo rispecchia la veridicità dei fatti, rispondiamo di sì. Con rammarico, avendo conosciuto e frequentato personalmente (per diverse iniziative) l’ex don Antonello, il pezzo pubblicato riporta fedelmente (addirittura virgolettati) stralci della sentenza che, vale la pena ricordarlo, è definitiva in quanto l’imputato ha scelto il rito abbreviato, che gli è valsa una sensibile riduzione della pena. Una pena, di un anno, cinque mesi e 10 giorni, che non è bassa in quanto non è stato ritenuto grave il reato bensì perché il comma 2 dell’art.609 quater fissa tra i 3 i 6 anni la pena per “la condotta di un soggetto in posizione di supremazia o in capo al quale sussistono doveri di cura, custodia e istruzione, qualora compia atti sessuali con un minorenne, anche ultrasedicenne, nel caso in cui si riscontri un abuso dei poteri connessi alla sua posizione, soggiogando dunque la vittima e sfruttando la propria posizione“. Con questo articolo la pena per Antonello Sio è stata fissata in 3 anni e 3 mesi (dovuti al fatto che era incensurato) ridotti ad un anno e cinque mesi con l’applicazione degli sconti di pena derivanti dalle attenuanti generiche e dalla scelta del rito abbreviato.

Le basse insinuazioni sulla provocazione del minore.

Troviamo, invece, molto spiacevole leggere insinuazioni sul fatto che il minore potesse aver provocato l’ex sacerdote. Torniamo alla squallida posizione di chi, in casi di violenza contro le donne, prova a giustificare lo stupratore laddove la vittima andasse in giro vestita in modo succinto. .

Lo ripetiamo: non siamo soliti commentare le sentenze, tanto più se a conclusione di un rito abbreviato. Metterle in dubbio non fa un favore a nessuno, se non all’ego di chi avanza tali insinuazioni pensando di muovere osservazioni intelligenti ma, di fatto, facendo soltanto del male alle parti in causa ed alla comunità tutta.

Poi c’è anche chi, pur conoscendoci bene e sapendo in che modo facciamo informazione, ci accusa di “esserci radunati attorno al cadavere come degli avvoltoi“. Il tentativo, forse, era quello di citare il Vangelo di Matteo, ma tralasciamo per una volta le parole. Noi abbiamo solo riportato la notizia di una sentenza del Tribunale per un reato (grave, non un errore) compiuto da una persona a cui, noi per primi, abbiamo sempre voluto bene. Nessuno, quindi, mette in dubbio quanto di buono Antonello Sio possa aver fatto sul territorio per moltissime persone. Ciò non toglie che il reato compiuto, per il quale ha scelto il rito abbreviato (rinunciando quindi a difendersi e a presentare appello), non è un reato contro le cose ma ha segnato la vita un ragazzo, all’epoca 16enne. Ed è davvero triste che tanti, troppi, in questa vicenda mettano il dolore e la sofferenza del minore in secondo piano, magari perché “don Antonello una volta che ero in difficoltà mi ha aiutato”.

Noi, a maggior ragione conoscendo personalmente Antonello, abbiamo voluto riportare e raccontare soltanto la storia nel rispetto di quelle regole e di quella deontologia professionale che distingue un giornalista, nell’esercizio della propria funzione, da chi utilizza il proprio profilo social per dire e scrivere ciò che gli arriva dalla pancia, anziché dalla testa.

I fatti sono fatti, noi li raccontiamo. Le opinioni appartengono ai lettori, e sono sacrosante (con la speranza che siano informate). Le boiate… beh, quelle rimangono boiate e non possiamo farci niente.

La riflessione di chi gli era davvero vicino: potevamo fare di più?

Tra tanti commenti manca, purtroppo, la riflessione che dovrebbe fare chi era più vicino ad Antonello, e avrebbe avuto modo forse di fermare ciò che stava accadendo. Ci è arrivata, con un vocale, da un frate francescano che era a stretto contatto con don Antonello e, oltre a complimentarsi con noi per “la grande obiettività e correttezza”, afferma: “penso a questo ragazzo, alla parrocchia. Benché la cosa fosse nell’aria, quando emerge nella sua verità diventa una bomba che disorienta. Penso alle facce di noi che stavamo accanto a lui. Abbiamo forse fatto finta che tutto fosse normale? Potevamo fare di più per fermare tutto questo? Empatizzo anche con la ferita di Antonello, che non può essere scusato, perché ciò non è scusabile, ma potremmo cercare di spiegare. Fermo restando che la devastazione che c’è nella vita di questo ragazzo è qualcosa di enorme“.

Uno stralcio della sentenza che spiega i termini della pena

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