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Sanità negata nei piccoli comuni: la denuncia dell’Italia dei Diritti

Il presidente dell’Italia dei Diritti, Antonello De Pierro, denuncia le carenze di s

Il presidente dell’Italia dei Diritti, Antonello De Pierro, denuncia le carenze di sanità nei comuni sotto i 1500 abitanti e spiega in un’intervista le cause della battaglia.

In un’Italia a più velocità, il diritto alla salute, garantito dall’Articolo 32 della Costituzione, viene davvero negato nei piccoli borghi dell’entroterra? La denuncia arriva dall’italia dei diritti che fa notare come nei comuni sotto i 1.500 abitanti l’assistenza sanitaria di base sia ormai ridotta a un miraggio: medici introvabili, presidi aperti per un paio d’ore alla settimana e popolazioni per lo più anziane abbandonate spesso al proprio destino.

E’ per questo che il presidente Antonello De Pierro ha deciso di alzare la voce e aprire un fronte di battaglia politica e civile senza quartiere, denunciando l’inerzia di alcuni sindaci di fronte agli ordini di scuderia e ai paradossi di una normativa che penalizza i centri minori. In un’intervista spiega motivazioni e obiettivi della battaglia.

Presidente De Pierro, perché parlate di una violazione dell’Articolo 32 della Costituzione nei piccoli comuni?

Perché il diritto alla salute dovrebbe essere uguale per tutti, ma nei comuni sotto i 1.500 abitanti spesso manca persino l’assistenza sanitaria di base. Questo crea cittadini di serie A e cittadini di serie B.

Nel vostro documento criticate alcuni sindaci. Perché?

Perché un sindaco è la massima autorità sanitaria locale e dovrebbe difendere con forza i propri cittadini. Troppo spesso, invece, prevalgono il silenzio e la rassegnazione.

Qual è il principale ostacolo alla presenza dei medici di base nei piccoli centri?

L’attuale sistema rende economicamente poco conveniente lavorare in paesi con pochi assistiti. I medici preferiscono sedi più grandi e si crea un circolo vizioso che impoverisce ulteriormente i servizi.

Chi paga il prezzo più alto di questa situazione?

Anziani, disabili e persone senza mezzi di trasporto, che devono affrontare grandi difficoltà anche per ottenere una semplice ricetta o un controllo medico.

Avete indicato Roccagiovine come caso simbolo. Perché?

Perché lì il medico di base è stato presente solo un’ora a settimana per due anni consecutivi. Una situazione inaccettabile che dimostra la gravità del problema.

Come reagiscono i cittadini?

Spesso con rassegnazione. Ma noi riteniamo che la tutela della salute non possa essere accettata come un privilegio o una concessione.

Lei aveva proposto una soluzione d’emergenza. In cosa consisteva?

Proposi una convenzione tra più piccoli comuni che, con circa 500 euro al mese ciascuno, avrebbero potuto garantire una presenza medica stabile sul territorio. Solo il sindaco di Vallepietra, Flavio De Santis, aderì.

Perché gli altri amministratori rifiutarono?

Invocarono problemi di bilancio. A mio avviso, però, la salute dei cittadini deve avere sempre la priorità.

Qual è la soluzione definitiva che proponete?

Serve una riforma legislativa nazionale che affronti il problema in modo strutturale.

Quali misure dovrebbe prevedere?

Due in particolare: classificare automaticamente i comuni sotto i 1.500 abitanti come “comuni disagiati”, con incentivi economici per i medici, e attribuire alle Asl poteri straordinari per garantire la copertura sanitaria nelle situazioni di emergenza.

In conclusione, quale messaggio volete lanciare?

Non accetteremo più rinvii e scaricabarile tra istituzioni. Garantire assistenza sanitaria ai cittadini dei piccoli comuni è un dovere dello Stato, e continueremo a batterci affinché questo diritto venga rispettato.

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