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Lontani ma molto più vicini. Davvero sarà così? Cronaca di una quarantena

Da quando è stato dichiarato il “lockdown” si sono succedute fasi più o meno euforiche in reazione all’emergenza: i canti, gli inni nazionali, i balconi, i piccoli gesti di solidarietà. Credevamo di essere divenuti migliori, ma la pratica sporadica di atti di gentilezza non fa di un popolo una nuova comunità.

Due settimane fa ne avevamo scritto: davvero i nostri antichi vizi spariranno “grazie” a questa tragedia mondiale? Le reazioni in questa ultima settimana di quarantena, con il sole bello alto e la stanchezza dei reclusi, purtroppo sembrano confermare i nostri dubbi. Alcune nostre falle sono state sospese per un lasso di tempo di due, tre settimane. Non sono sparite, né sono state colmate, si sono congelate in attesa di una reazione all’emergenza.

Perché anche il ladro ha paura, anche l’egoista e il menefreghista hanno paura, il cinico e lo spacciatore (sia esso di stupefacenti che di cattiveria) hanno paura.

Che fine hanno fatto i canti dai balconi? I video messaggi pieni di speranza? L’adesione più o meno ferrea e spontanea alle regole imposte per il bene di tutti? Che fine ha fatto quella coesione sociale che sembrava aver ristabilito un po’ di sana coscienza civile in noi? Possibile che sia scomparsa senza lasciare traccia in pochi giorni?

Forse ed è il caso di dircelo, non torneremo alla normalità di “quel prima” tanto agognato. Alcune regole sociali “nuove” condizioneranno le nostre relazioni, i nostri comportamenti. Noteremo però che anche tutto ciò che abbiamo detestato fino ad oggi continuerà ad esserci, uscirà di nuovo allo scoperto.

Quindi? Dovremo essere ben attenti, non dico di avere memoria, perché abbiamo dimostrato più volte di averne pochissima. Dovremo essere attenti a noi stessi, rammentandoci sempre questi giorni, cosa abbiamo fatto o non fatto per gli altri, per il luogo che viviamo, per i nostri vicini di casa.

C’è solo un punto che davvero potrà contribuire a cambiare, seppur di poco (?) le cose: ricordarci che l’abbiamo fatto insieme, non ognuno per conto suo.

Ce ne ricorderemo quando avremo a che fare con chi butta l’immondizia per strada? Saremo tanto accorti con loro così come lo siamo stati, al limite dello stalking, con i runner ed i ciclisti? Ce ne ricorderemo quando avremo davanti chi non paga le tasse e magari se ne vanta bellamente? Quando andremo al Pronto soccorso e dovremo aspettare due ore? Quando il nostro vicino che ha perso il lavoro non avrà di che campare la famiglia?

E’ solo una riflessione, a voce alta, o a dita basse sulla tastiera. Ma ciò che ci chiediamo da giorni è se davvero quella normalità, quella di prima (quanti di voi ci hanno dato il punto di vista su questa cosa e li ringraziamo tutti) è la normalità alla quale tornare?

La quarantena passerà, finirà, per molti andrà bene, per altri (non nascondiamocelo) no, affatto. Le nostre vite percorse da mille inquietudini andranno avanti, ma il virus non sarà una parentesi, dopo non torneremo di fretta alla vita di prima.

Avremo tempo e modo per rifletterci su. No, non mi sento affatto accomodato nella piega giusta della vita, sono troppo grande per non avere buchi e macchie sulla mia coscienza; non penso che andrà tutto bene, non l’ho mai pensato, a dispetto della speranza che ho provato anch’io nelle parole scritte da tutti sui social. So bene che questa unità di intenti, unità nazionale, unità sociale lasceranno ben presto il passo alla frammentazione, alla divisione (la politica non ha mai smesso di dividere, fateci caso, la cura dell’orticello di casa è più importante di qualsiasi emergenza).

Ricordiamoci però, che tutti noi, in questi giorni, ci siamo affidati a qualcuno, abbiamo dovuto contare sulle forze di qualcuno, sia esso entità superiore come il Governo, il Comune, il “personale sanitario” (tutto composto da persone) che ha curato i nostri malati, sia essa la commessa del supermercato che ci ha servito, il postino che ci ha portato la posta, il carabiniere che ha vigilato sulla nostra sicurezza e l’operaio che ha prodotto i beni che abbiamo consumato o il vicino di casa che ci è andato a fare la spesa.

Usciremo di nuovo di casa. Alziamo la testa però, non potremo abbracciare e stringere mani per un bel po’, ma di certo potremo chiedere “come stai?” a tutti, anche da dietro le mascherine, anche se si appanneranno gli occhiali.

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