Oltre 300 sigle in piazza contro il ddl Antisemitismo: «Non una legge contro l’odio, ma contro il dissenso». Il Comitato promotore ribadisce: «Rifiutiamo la presenza di bandiere e simboli di Stati o attori non statali responsabili della violazione del diritto internazionale».
Da Roma a Milano, passando per decine di città grandi e piccole, si allarga la mobilitazione contro il cosiddetto ddl Antisemitismo. Una protesta che gli organizzatori definiscono senza mezzi termini una battaglia per la difesa della libertà di espressione, dell’informazione e del diritto al dissenso.
Sono oltre 300 le organizzazioni che hanno aderito alle iniziative promosse in 52 città italiane. Un fronte ampio e trasversale che raccoglie sindacati, associazioni per i diritti umani, gruppi studenteschi, realtà del mondo dell’informazione, movimenti per la pace, organizzazioni ebraiche antirazziste e forze politiche. Le manifestazioni più partecipate si sono svolte a Roma, tra piazza Capranica e Montecitorio, e a Milano, in Piazza Duomo e Piazza Mercanti, trasformate per un giorno nel cuore della contestazione nazionale.
L’obiettivo della mobilitazione è fermare l’approvazione del disegno di legge che introdurrebbe nella normativa italiana la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Secondo i promotori della protesta, il provvedimento rischia di estendere in modo improprio il concetto di antisemitismo, arrivando a includere forme di critica politica rivolte allo Stato di Israele e al governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Per questo motivo il ddl è stato ribattezzato dagli oppositori “ddl anti-dissenso”. La contestazione si concentra soprattutto sugli esempi applicativi contenuti nella definizione IHRA, ritenuti potenzialmente capaci di confondere la legittima critica alle politiche israeliane con manifestazioni di odio contro gli ebrei.
Una piazza che rivendica democrazia e pluralismo
Uno degli aspetti sottolineati con maggiore forza dagli organizzatori riguarda la natura democratica della mobilitazione. Il Comitato promotore ha infatti preso pubblicamente le distanze dall’esposizione di bandiere e simboli riconducibili a Stati, governi o attori armati responsabili di violazioni del diritto internazionale.
La scelta nasce dalla volontà di mantenere le manifestazioni come luoghi di confronto civile e partecipazione democratica, evitando strumentalizzazioni politiche e identitarie. “Riteniamo fondamentale che la manifestazione resti uno spazio di libero confronto civile, focalizzato sui diritti e privo di ogni strumentalizzazione”, hanno ribadito i promotori.
Non una piazza contro qualcuno, sostengono gli organizzatori, ma una piazza a difesa di principi costituzionali che ritengono minacciati dal nuovo impianto legislativo.
Il nodo della libertà di parola
Al centro dello scontro vi è una questione che va oltre il conflitto israelo-palestinese: il rapporto tra contrasto ai discorsi d’odio e tutela della libertà di espressione.
Le organizzazioni mobilitate sostengono che l’Italia disponga già di strumenti normativi efficaci contro il razzismo e l’antisemitismo, a partire dalla Legge Mancino, e che non vi sia la necessità di introdurre una norma che potrebbe ampliare in modo ambiguo i confini del reato.
Secondo il documento unitario diffuso dai promotori, il disegno di legge rischierebbe di trasformare una definizione nata per combattere l’antisemitismo in uno strumento utilizzabile per reprimere il dissenso politico, limitando la ricerca accademica, il giornalismo e la denuncia delle violazioni dei diritti umani.
In particolare, le realtà aderenti denunciano il pericolo che possano essere considerate discriminatorie o antisemite campagne di solidarietà con il popolo palestinese, la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi o le critiche all’operato del governo israeliano.
Una coalizione ampia e trasversale
A dare forza alla protesta è soprattutto l’eterogeneità dei soggetti coinvolti. Tra le adesioni figurano grandi organizzazioni sindacali come CGIL, Cobas e USB, associazioni per i diritti umani come Amnesty International Italia, Emergency, Oxfam e Greenpeace Italia, realtà della libertà di stampa, l’ANPI, movimenti studenteschi e gruppi ebraici impegnati contro il razzismo.
Una convergenza insolita che gli organizzatori indicano come prova del carattere non ideologico della mobilitazione. Il messaggio comune è che la lotta all’antisemitismo debba essere rafforzata, non indebolita, ma senza compromettere il diritto alla critica politica e alla libera espressione del pensiero.
“La piazza ha sempre combattuto nazismo, fascismo, antisemitismo e ogni forma di discriminazione”, sostengono i promotori. Proprio per questo, aggiungono, occorre evitare che la sacrosanta tutela della comunità ebraica venga utilizzata per limitare il dibattito pubblico.
La sfida al Parlamento
La discussione del provvedimento in Commissione Affari Costituzionali della Camera è stata rinviata, ma la mobilitazione non intende fermarsi. Gli organizzatori parlano già di una campagna permanente destinata ad accompagnare l’intero iter parlamentare del ddl.
L’obiettivo dichiarato è convincere il Parlamento a respingere la norma e a prendere in considerazione strumenti alternativi, come la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, indicata dai promotori come una definizione più equilibrata e più rispettosa della libertà di critica.
Il 9 settembre ha rappresentato soltanto il primo banco di prova di una mobilitazione che promette di continuare con presìdi e iniziative in tutta Italia fino alla prevista approvazione finale del testo, e oltre se necessario.
Per il fronte del “no”, la posta in gioco non riguarda soltanto una legge. Riguarda il confine, sempre più delicato, tra la necessità di combattere l’odio e quella di preservare il diritto fondamentale al dissenso in una democrazia.
