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Simone Cristicchi racconta le foibe in un’intervista esclusiva

“Il dolore non ha un colore politico – afferma il cantautore romano – e, anche se il mio dolore è più forte del tuo, non deve mancare la compassione (…), dove c’è perdono c’è umanità e quindi speranza”.

Nel 2005 gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il “Giorno del Ricordo” in memoria delle “circa trecentocinquantamila persone che furono costrette a evacuare le loro case e abbandonare un’intera regione in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947”. Quasi ventimila esuli furono torturati, assassinati e gettati nelle foibe (cavità naturali, profonde anche centinaia di metri, formate nelle montagne del Carso tra Friuli, Slovenia e Croazia) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale.

Di questa immane tragedia, solo dopo il 1989, con il crollo del muro di Berlino, cominciò ad aprirsi qualche crepa nell’impenetrabile cortina di silenzio calata per quasi sessant’anni. Da allora, poco alla volta, abbiamo potuto sapere “delle foibe, delle esecuzioni sommarie che non risparmiarono donne, bambini e sacerdoti, della vita nei campi profughi e del dolore profondissimo per lo sradicamento e la cancellazione della propria identità (…) pochissimi hanno trovato il coraggio di parlarne (…) bastava aprire le porte del Magazzino 18”.

Magazzino 18” è un “musical civile” (poi diventato anche libro) scritto da Simone Cristicchi, in collaborazione con il giornalista Jan Bernas, che descrive il dramma dell’esodo istriano, giuliano e dalmata nel secondo dopoguerra. Tragedia che racconta, in un’intervista esclusiva alla nostra comunità, proprio il popolarissimo cantautore romano, vincitore nel 2007 del Festival di Sanremo con il brano “Ti regalerò una rosa”, grande studioso di quegli eventi atroci, che le porte di quel magazzino ha davvero spalancato. Che risponde alle nostre domande.

Intanto, grazie per avere dedicato ai polesi  un po’ del tuo tempo e delle tue conoscenze. Che cos’è, e come è nato, “Magazzino 18”?

Nel 2010 ho cominciato un percorso di ricerca sulla Seconda guerra mondiale. Giravo di città in città con una tournée teatrale. Questo mi permetteva d’intercettare coloro che avevano vissuto il secondo conflitto settant’anni fa per intervistarli. Un lavoro di analisi a tutto tondo sulla memoria. Trovandomi nella città di Trieste, andai a visitare una serie di luoghi come la Risiera di San Saba, il Klein Berlin, un rifugio antiaereo perfettamente conservato. Durante le mie ricerche, una giornalista del “Piccolo”, il quotidiano della città, mi parlò del magazzino 18, che si trova nel porto vecchio di Trieste. Grazie a Piero Delbello (figlio di esuli istriani), Direttore dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Dalmata, potei visitare questo deposito. Era una giornata grigia, piovosa e, una volta aperte le porte, mi trovai di fronte a queste cataste di mobili e di sedie ammassate, questo profumo di legno e salsedine, stanze le cui pareti erano ricoperte da volti, da ritratti fotografici senza nome. Paolo mi disse: “Ecco, questo è il simbolo del nostro dramma (lo stesso Delbello è figlio di esuli istriani), la nostra identità è stata strappata”. Quei volti, che mi fissavano dalle pareti, mi chiedevano in qualche modo di andare oltre, di approfondire questa storia di cui sapevo poco o niente. Insomma, rimasi molto colpito emotivamente, perché gli oggetti che sono in quel luogo raccontano lo sradicamento e il fatto che non siano mai stati recuperati dalle famiglie proprietarie lo rende un museo suo malgrado, un luogo-simbolo della memoria che andava in qualche modo indagato, interrogato. Tornato a casa cominciai a leggere, a documentarmi. Avevo comperato un libro di Jan Bernas, in seguito coautore dello spettacolo, di cui mi aveva incuriosito il titolo “Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani” e consisteva in una serie di interviste che lui aveva fatto proprio agli esuli, ai martiri, ai protagonisti di questa tragedia, scoprendo quella che poi ho definito una storia fatta a matrioska: ogni storia ne contiene sempre un’altra e poi un’altra e sembra non finire mai. Magazzino 18 è nato da quel luogo in sé, da quel posto di vita e di morte.

Anche per te, come per Hemingway, “gli occhi che hanno visto Auschwitz e Hiroshima non potranno più contemplare Dio”?

No, no! Io trovo che questa sia una vicenda molto umana. Quando parliamo di Auschwitz non c’entra Dio, ma è una colpa tutta umana. Una conseguenza della nostra esistenza. Io credo sempre nel perdono, però è molto difficile in certi casi. Tra gli esuli non ho trovato mai un senso di rivalsa. Se parliamo di persone che hanno perso i propri congiunti nelle foibe, per esempio, o di persone che sono state uccise o perseguitate dal regime di stampo comunista di Tito, ecco non ho mai sentito una parola che non fosse di perdono. Se c’è perdono c’è umanità e quindi c’è speranza.

La nostra comunità ha pagato un duro contributo alla “follia” (altro tema a te caro) di una parte del genere umano, non con le Foibe, ma con il sacrificio di alcuni polesi nel martirio delle Fosse Ardeatine. E’ sempre vero che nel dolore tutti si trovano accomunati?

A me piacerebbe che il dolore non avesse un colore politico. Ho sempre detto che questa dovrebbe essere una memoria condivisa, ma non è sempre facile creare una memoria condivisa nel momento in cui ogni dolore è a se stante, ha una sua caratura, un suo peso: e anche lì, sul confine orientale, è così. Negli ultimi anni c’è stato un avvicinamento tra le varie comunità, tra quella italiana e quella slovena e croata, per suggellare la pace. Questo è di buon auspicio. Anche la visita di Mattarella alla foiba di Basovizza è nel segno della pacificazione. Però è anche vero, come mi è stato detto da Piero Delbello, che il mio dolore non sarà mai il tuo dolore, è una cosa troppo intima, troppo privata, personale. Il mio dolore sarà sempre più forte del tuo. In questo, però, c’è un senso di separazione. Se si ragiona così si tende a dividere. Viene a mancare la pietas, di radice cristiana, che in qualche modo contribuisce ad avere compassione, che significa patire con, io soffro insieme a te per la tua disgrazia. La cosa che mi ha stupito molto è che, in diverse parti della tournée di Magazzino 18, non ci fossero solo italiani a vedere lo spettacolo, ma anche diverse persone della comunità slovena. Questo vuol dire che c’è stato un avvicinamento a un dramma italiano anche da parte di quelli che un tempo erano, tra virgolette, i nemici.

Campi profughi, desolazione, sradicamento, perdita dell’identità. Oggi, come ieri, non sembra sia cambiato molto. Ha senso, dunque, continuare a celebrare questi eventi? E che cosa, in effetti, dovrebbero insegnarci?

Secondo me è tutta una questione di sguardo. E’ come noi vediamo le cose. E lo sguardo è fondamentale per crearsi un’idea, per formare una coscienza. Quando vado a parlare nelle scuole presento ai ragazzi un’immagine. L’immagine, che noi vediamo trasmessa dai telegiornali o pubblicata sui quotidiani, è quella di una massa di persone, non meglio identificate, magari su un barcone, che attraversano il mare e si riversano poi nella nostra terra. Ecco, dico ai ragazzi, noi guardiamo la massa, ma non vediamo mai la persona. Una persona vuol dire tutto il suo vissuto, il suo passato, le sue vicende personali, ciò che l’ha spinto a spezzare la propria storia familiare. Tutto questo viene posto in secondo piano a favore di un’immagine che molto spesso invece distorce la realtà e allontana i nostri figli da una verità, dalla compassione, dalla pietas. Quindi ha senso raccontare queste tragedie perché dietro a ogni persona c’è una storia e dietro a un evento storico ci sono delle persone che hanno una loro storia, il racconto dell’amore per la propria terra e la sofferenza enorme di dover tagliare le proprie radici. In questo senso ogni esodo è uno strappo fortissimo, è un dolore lacerante. Lo è stato quello degli italiani dell’Istria come lo è adesso per i grandi esodi del mondo a cui stiamo assistendo.

Nel ringraziare davvero molto sia te, per il tempo che ci hai dedicato, sia il signor Migliacci per l’attenzione, che cosa stai preparando?

Sto lavorando, ormai da un anno e mezzo, sul tema della felicità. Ho realizzato prima un documentario, poi uno spettacolo teatrale e adesso è in fase di pubblicazione un libro. Tutti e tre i progetti hanno lo stesso nome che è “Happy Next, la prossima felicità” ed è un percorso di ricerca fatto non più sul campo della memoria storica, ma su un campo molto più vasto della filosofia e della spiritualità. Ho intervistato suore di clausura, bambini delle elementari, scienziati, sportivi, filosofi, sacerdoti chiedendo a tutti qual è la propria idea di felicità, come possiamo aiutarci l’uno con l’altro a raggiungere quello per cui siamo venuti al mondo, che è appunto la nostra felicità, una gioia nata al di là del tempo. Questo progetto ha debuttato al teatro dell’Aquila un anno fa e spero di riprendere ovviamente appena si potrà, quando i teatri riapriranno.

* Le fotografie di Simone Cristicchi sono di Ambra Vernuccio.

Un ringraziamento speciale a Barbara Gimmelli, Dueffel Music Promotion Director

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