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Fare Caritas al tempo del Coronavirus – Cronaca di una quarantena

Da quando è iniziata questa fase di emergenza da Coronavirus abbiamo cominciato una serie di riflessioni sulla nostra società, su cosa ne è di noi chiusi in casa, di cosa ne sarà di noi quando avremo finalmente la possibilità di uscirne. Abbiamo concepito questa rubrica come un rubrica il più possibile “condivisibile” e per questo abbiamo aperto ad altri contributi, dopo alcune richieste di pubblicazione. Felici di ospitare il pensiero di molti.

Di Fabio Leggeri, Direttore Caritas della Diocesi di Palestrina

“La diffusione pandemica di un virus deve produrre un contagio pandemico di carità. La storia giudicherà la nostra generazione in base alla forza dell’amore disinteressato che questa emergenza comune avrà generato e avrà diffuso o se non sarà riuscita a farlo”. Card. Luis Antonio Tagle

Chi ha scelto di dedicare parte della vita alla Carità sa bene che i muri vanno abbattuti, le braccia occorre allargarle per accogliere, la mano va tesa e non solo in segno di amicizia, che il rispetto della dignità della persona sono principi indissolubili.

Nella nostra quotidianità viviamo di relazioni sociali, abbiamo costruito migliaia di percorsi di accompagnamento di persone sole, diseredati, di persone afflitte da una esistenza fatta di stenti, di esseri umani fuggiti da guerre, soprusi, violenze. Con tutti abbiamo camminato fianco a fianco, sottobraccio, senza mai far mancare ad ognuno il calore umano.

Il nemico che non ti aspetti, un entità invisibile ma incredibilmente distruttiva ci ha cambiato la vita, ci ha costretti dentro le mura delle nostre case senza più possibilità di relazioni dirette, senza più il contatto umano.

Il primo nostro pensiero è andato alle persone che da anni eravamo soliti incontrare nei nostri luoghi; cosa faranno ora, quale sarà il loro stato d’animo, si sentiranno abbandonati, persi, disorientati, terrorizzati per non avere le capacità e la forza per contrastare questa nuova difficoltà della vita che non risparmia nessuno.

Abbiamo subito realizzato che non era quello il momento di sospendere le relazioni, ma di far sentire ancora più forte che siamo una comunità che seppur sofferente è al tempo stesso unita. Abbiamo dovuto riprogrammare la Caritas, pensare a nuove forme di accompagnamento adattate al tempo che viviamo ma che garantissero alle persone gli stessi effetti.

Abbiamo attivato un numero telefonico dedicato per Il Centro di Ascolto, per continuare ad ascoltare le persone e per portare una parola di conforto. Un numero telefonico è stato dedicato alle richieste di sostegno alimentare, al fine di consentire all’operatore di programmare la distribuzione degli alimenti in modo da impedire la presenza di più persone contemporaneamente. Un ulteriore contatto telefonico pensato per essere vicini agli stranieri che non parlano la nostra lingua, cosicché un operatore potrà ascoltare le difficoltà manifestate in lingua inglese, francese ed araba.

All’inizio dell’emergenza gli esperti hanno consigliato di stare in casa in particolare alle persone adulte/anziane. La fascia di età delle persone che fanno volontariato nelle nostre Caritas Parrocchiali e nei Centri di Ascolto va dai 50 ai 65 anni, proprio la categoria a rischio!

Tutti hanno continuato senza esitazione a garantire l’assistenza agli emarginati ai più deboli, ridisegnando il servizio alla carità attualizzandolo ai tempi del COVID-19. L’impegno eccezionale dimostrato dai volontari in queste settimane è stato possibile anche grazie a aiuti economici straordinari a sostegno delle sempre crescenti spese per rifornire le Caritas Parrocchiali di alimenti e gli operatori di DPI.

Si è risvegliata dal torpore del benessere, tornando prepotentemente alla ribalta, la caratteristica che storicamente ha contraddistinto il popolo Italiano, la solidarietà.

In questo tempo fatto anche di riflessione abbiamo scoperto le nostre fragilità, quella sofferenza che vivevamo di riflesso ascoltando e condividendo le angosce degli emarginati ci ha fatto capire che siamo tutti vulnerabili, nessuno escluso.

Ci troviamo di fronte a nuove forme di povertà, disagi fino ad oggi sconosciuti che ci colgono impreparati, disarmati. C’è la consapevolezza che probabilmente non torneremo a fare Caritas come un tempo, il nostro servizio forse muterà ancora, la certezza è l’impossibilità di affrontare da soli la nuova vita e i problemi che porterà con se.

È ora che tutti gli Enti impegnati nel sociale, siano essi privati o pubblici, condividano le proprie esperienze e risorse così da costruire percorsi di accompagnamento che concretamente diano risposte alle sofferenze delle fasce più deboli. Noi ci siamo! 

La Carità è il grande respiro spirituale che possiamo mettere ora in questa situazione “asfissiante”.

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