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Cronaca

Covid Lazio. Il Tar ferma la regione: no ai medici di famiglia per le cure a casa. La replica: “E’ compito dei MMG farsi carico di questi pazienti”.

di Matteo Palamidesse

Il Tar accoglie parzialmente il ricorso del Sindacato dei Medici Italiani all’ordinanza regionale del 17 Marzo scorso, in un passaggio della quale si “contempla come meramente ‘eventuale’ l’intervento di assistenza domiciliare delle USCAR laziali. Ma tale tipologia di intervento dovrebbe costituire, non una semplice ‘eventualità’, bensì il precipuo ed esclusivo obiettivo delle USCA”. La replica della regione Lazio e il possibile ricorso al Consiglio di Stato: “E’ innanzitutto compito della medicina territoriale farsi carico, con i dovuti mezzi di protezione e la dovuta formazione, di questi pazienti che molte volte non sono affetti unicamente da COVID, ma anche da altre patologie croniche.

Lo avevamo anticipato durante la puntata di Zero in Onda di venerdì scorso. Il dott. Giuseppe Lanna, rappresentante sindacale dello SNAMI, sindacato dei medici di famiglia italiani, ci aveva descritto la natura del ricorso e le difficoltà legate alla delibera regionale del 17 Marzo e alla mancata attivazione in pianta stabile delle USCA regionali. Ieri è arrivata la sentenza del Tar, che ha accolto il ricorso del sindacato dei medici italiani, sottolinenando come l’assistenza a domicilio dei pazienti Covid non sia un’attività eventuale di intervento tra le molte delle Unità speciali di continuità assistenziale, bensì “il precipuo ed esclusivo obiettivo delle USCA, ossia l’unico intervento che tali Unità Speciali dovrebbero eseguire”.

L’art. 4-bis del Dl n. 18 del 17 Marzo 2020 è stato al centro del contenzioso. Il ricorso del sindacato ha posto i propri dubbi su un passaggio dell’ordinanza, quello che prescrive di valutare l’eventuale attivazione delle Unità Speciali di continuità Assistenziale per l’assistenza a domicilio nei pazienti COVID positivi.

Il Tar ha sottolineato come i medici di Medicina Generale risulterebbero investiti di una funziona di assistenza domiciliare ai pazienti Covid del tutto inusuale ed impropria e che legalmente spetterebbe alle USCA (Unità speciali di continuità assistenziale) regionali.

La sentenza recita ” […] di valutare l’eventuale attivazione delle Unità Speciali di continuità Assistenziale per l’assistenza a domicilio nei pazienti COVID positivi».
Anche in tale passaggio l’Ordinanza presidenziale sarebbe inficiata da violazione di N. 05520/2020 REG.RIC. di legge, poiché contempla come meramente «eventuale» l’intervento di assistenza domiciliare delle USCAR laziali. Ma tale tipologia di intervento dovrebbe costituire, secondo la norma primaria dell’art. 8 cit. (così come del successivo art. 4-bis che lo ricalca), non una semplice «eventualità», ossia una mera possibilità di intervento tra le molte, bensì il precipuo ed esclusivo obiettivo delle USCA, ossia l’unico intervento che tali Unità Speciali dovrebbero eseguire”.

La sentenza del Tar

Raggiunto al telefono il dott. Giuseppe Lanna, precisa come la sentenza non intaccherà minimamente il ruolo ed il lavoro dei medici di famiglia. “Continueremo a curare i pazienti Covid, abbiamo solo voluto sottolineare e richiedere alla regione un supporto organizzativo per le visite domiciliari, che non è mai stato messo in campo. Per andare a domicilio bisogna andare in due, protetti con tutti i dispositivi di protezione personale, un po’ come degli astronauti e dobbiamo essere aiutati nella vestizione e nella disinfestazione. C’è un alto rischio di contagio e la macchina in dotazione alla fine della visita deve essere sanificata. Sono cose che da soli non possiamo fare”.

Nel frattempo la regione Lazio, in una nota, replica alla sentenza ed annuncia ricorso al Consiglio di Stato.

“Proporremo ricorso urgente al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar del Lazio che è in contraddizione con le funzioni che il nuovo ACN assegna ai medici di medicina generale (MMG), tant’è che di recente è stato siglato l’accordo nazionale, non dalla sigla che ha proposto il ricorso, che permettere loro di eseguire i tamponi rapidi, dove necessario anche a domicilio. La sentenza del Tar, che rispettiamo, non tiene conto di un quadro di forte evoluzione del ruolo dei medici di medicina generale nel contrasto alla pandemia ed arriva dopo 8 mesi dalle modalità organizzative messe in atto che finora hanno consentito di essere nella cosiddetta zona ‘gialla’”. Comunica l’Unità di Crisi COVID-19 della Regione Lazio.
 
“Nel Lazio – precisa la nota – vi sono oltre 60 mila persone in isolamento domiciliare ed è tecnicamente impossibile gestirle unicamente con le USCA-R.

E’ innanzitutto compito della medicina territoriale farsi carico, con i dovuti mezzi di protezione e la dovuta formazione, di questi pazienti che molte volte non sono affetti unicamente da COVID, ma anche da altre patologie croniche.

Pertanto l’assunto del Tar per cui gli MMG dovrebbero occuparsi soltanto dell’assistenza ordinaria domiciliare (non COVID) è tecnicamente impossibile in una visione olistica del paziente, vorrebbe dire che un anziano iperteso diabetico e con il COVID può avere un’assistenza domiciliare dell’MMG solo per le patologie croniche anziché per l’intero quadro clinico.

Proprio in questi giorni, attraverso il Commissario nazionale per l’emergenza, si stanno distribuendo a tutti i medici i kit per i tamponi rapidi antigenici, da fare nei loro studi, o presso locali messi a disposizione dalle Asl e dei Comuni e lì dove necessario anche a domicilio ed è per questo che la Regione Lazio ha disciplinato su base volontaria e nell’ambito delle prerogative attribuite dalla legge questa modalità.

Ora c’è un rischio di un danno grave e irreparabile alla rete dell’assistenza territoriale nel contrasto alla pandemia”.
 

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