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CEP: i “piccoli” votano il risanamento, ma il bilancio resta in sospeso

Bilancio e piano di risanamento presentato durante l’assemblea del 30 Luglio. Oltre 4 milioni di esposizione verso i comuni interessati. Rilevate liquidazioni di fatture per oltre 1,5 milioni di euro per prestazioni mai avvenute. Il futuro del consorzio.

Ne abbiamo parlato e riparlato, abbiamo cercato conferme e smentite ma dal 30 Luglio, ovvero dall’ultima assemblea dei soci, convocata dal nuovo Presidente del Cda Raffaele Ranaldi, il dado è tratto.

Il presidente, che in una nota inviata ai sindaci aveva già denunciato senza mezzi termini le ingenti spese per affidamenti di servizi a ditte esterne e sottolineato come alcune società, pur avendo fatturato al Cep ingenti prestazioni e ricevuto i connessi pagamenti, nulla hanno rendicontato a riguardo, ha sottoposto ai soci le linee guida del piano di risanamento del consorzio.

A pagina 3 di suddetto documento, si legge

“Per quanto riguarda i fornitori, di cui non si tiene conto nella presente ipotesi di piano di rientro, salvo i pagamenti strettamente funzionali alla prosecuzione delle attività del CEP che si stanno comunque affrontando, è necessario fare una valutazione che tenga conto degli esiti di alcuni contenziosi in essere e delle verifiche in corso sulle attività svolte negli anni precedenti.

Ad oggi, per questo ultimo aspetto, sono state rilevate liquidazioni su fatturazioni relative a prestazioni non eseguite per un importo pari ad € 1.509.000. Alle società interessate è stata richiesta l’emissione di note di credito per pari importo e il riversamento di quanto indebitamente percepito. Il termine per provvedere scade il 28/07/2021 e per quanti risultassero inadempienti il C.d.A. ha già deliberato di avviare azioni giudiziarie.”.

Si, oltre un milione e mezzo di pagamenti per prestazioni non eseguite per le quali si richiede il riversamento di quanto percepito senza diritto.

Per risanare il debito del consorzio, il piano prevedrebbe un nuovo contratto, dove si cederebbero al consorzio la gestione di ogni tributo da parte dei comuni: IMU, TARI, CUP, attività di accertamento, liquidazione e riscossione.

Gli stessi comuni che, carte alla mano, vantano crediti nei confronti del Cep, per un ammontare di oltre 4,9 milioni di euro (tra cui spiccano Cave e Zagarolo per circa 1,5 milioni ciascuno, Gallicano nel Lazio con 432mila e Rocca Priora per 588mila euro).

Senza contare che il CEP ha un costo di funzionamento non indifferente, che, secondo il piano di risanamento, andrebbe sostenuto attraverso il versamento da parte dei soci di € 15,00 per ogni abitante.

Ciò significherebbe un introito annuale di € 820.000, oltre il rimborso delle spese di spedizione postale per la fase di riscossione ( per circa €50.000 all’anno) e un aggio del 18% sugli accertamenti riferiti alla seconda annualità precedente l’esercizio in corso (2018/2019).

Tutto ciò se non cambiano le condizioni attuali. Il piano, infatti, andrebbe riconsiderato qualora si sfilassero dal consorzio anche i comuni di Genazzano e Labico come paventato, oppure Gallicano nel Lazio e Cave (tra i comuni con più crediti nei confronti del consorzio) decidessero di posticipare l’uscita o ultima ipotesi, vi fosse un nuovo conferimento da parte del comune di Rocca di Papa o altri.

Una situazione davvero ingarbugliata, quella ereditata da Ranaldi. In molti fanno ricadere il tracollo dell’ente nelle scelte degli ultimi tre anni, sotto la presidenza di Gaetano Bartoli e la direzione di Paride Pizzi.

Qualcuno prima o poi ci dovrà spiegare perché il CEP, con un organico di oltre 20 persone deputate alla stesura dei ruoli per la riscossione dei tributi, all’imbustamento, alla spedizione e all’azione coattiva nei confronti degli evasori, abbia ad un certo punto affidato il tutto a società esterne.

E’ lo stesso nuovo CdA a metterlo nero su bianco, quando scrive “abbiamo rilevato anomalie che ci hanno indotto ad attivare azioni di tutela in ambito amministrativo per richiedere la nullità dei contratti e la restituzione delle somme e azione investigativa a cura delle autorità competenti“.

Insomma è tutto in mano alla Procura che vaglierà ogni singola posizione in merito. Ciò che stupisce è la posizione presa nei confronti dei dipendenti, che metà a Luglio e metà ad Agosto, sono stati messi tutti in cassa integrazione.

Tutti o quasi. In effetti, oltre ad un risparmio economico – diremmo, ndr- irrisorio da parte dell’ente, la cosa che balza agli occhi è la riassunzione, in pieno caos, di una sua ex dipendente, Arianna Bellia, assessore nel Comune di San Cesareo e dipendente del consorzio fino alla fine del 2020.

A fine anno l’assessora lasciò il consorzio, fiera vincitrice di concorso presso il Comune di Allumiere (si proprio il concorso balzato alle cronache per le sospette assunzioni di personale del Consiglio regionale. Ad oggi procedure formalmente e legalmente effettuate seppur una malpratica sulla quale potrebbero aprirsi le indagini del controllo contabile regionale, della Procura di Civitavecchia e della Corte dei Conti) per poi tornare con l’esclusiva di essere oggi l’unica dipendente Cep non in cassa integrazione.

Un nuovo quadro quindi che andrebbe a delinearsi non senza difficoltà. Per ora tutto è rimandato alla prossima assemblea dei soci che dopo il rinvio attuale dovranno per forza esprimersi sull’approvazione del bilancio 2020 (sul quale torneremo con un approfondimento), con tutto ciò che ne consegue.

Ovvero farsi carico dell’impegnativo risanamento del consorzio oppure sancirne l’eventuale fallimento che per forza di cose avrebbe conseguenze dirette sui conti di tutti i comuni soci.

Siamo ancora alla ricerca del verbale per capire meglio cosa sia accaduto e chi abbia votato, come lo abbia fatto e le motivazioni addotte, ma ci siamo posti delle domande: se su sette comuni, sei votano il piano di risanamento ed uno si astiene potrebbe voler dire qualcosa? Se tra i sei comuni che lo votano, uno non ha nemmeno 400 abitanti, due poco più di 700 ed un altro 2500 circa, mentre quello astenuto conta 19000 abitanti, cosa significa?

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