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L'editoriale

Asl Roma5: organizzazione sanitaria in tilt. Ma i sindaci perdono tempo

di Massimo Sbardella

Nella sanità della Asl Roma5, la confusione regna sovrana. Sempre di più, ogni giorno di più. Il direttore generale Giorgio Giulio Santonocito, come fa ormai dal suo arrivo, continua a prendere decisioni e provvedimenti che, non solo colgono di sorpresa sindaci e cittadini, ma, il più delle volte, vanno in direzione contraria a quanto da lui stesso affermato e dichiarato fino al giorno prima.

Almeno tre volte, nell’ultimo anno, abbiamo sentito il direttore generale parlare con enfasi del nuovo reparto di ostetricia e ginecologia di Palestrina che, quando verrà riaperto (prima o poi), non solo avrà più medici, ostetriche ed infermieri di prima, ma potrà utilizzare anche una terapia intensiva e sub intensiva moderna e tecnologica, fondamentale per garantire l’attivazione della partanalgesia (parola che ama molto Santonocito, che sta per il più comune “parto indolore”) ed elevati standard di sicurezza per il neonato.

Un quadretto idilliaco che, ad oggi, sta solo nella testa (o, più probabilmente, solo nelle parole!) del direttore generale Santonocito.

La realtà, infatti, è ben diversa. Il reparto di ostetricia e ginecologia di Palestrina, che fino al 2019 faceva circa 700 parti l’anno, è ormai solo un lontano ricordo. Chiuso il 1 aprile 2020, per la prima conversione del Coniugi Bernardini a Covid hospital, di fatto non ha mai più visto un bambino venire alla luce in quelle stanze. Da ottobre 2020 al 28 giugno 2021, quando è stato dimesso l’ultimo paziente Covid, il reparto è stato destinato solo alle cure dei positivi al virus.

Agli inizi di luglio, ovvero sette mesi fa, l’ospedale (anche se solo sulla carta) è tornato ad accogliere tutte le specialistiche. Peccato che, mentre formalmente lo riapriva, lo stesso Santonocito nella sostanza lo teneva ancora chiuso, annunciando che i reparti e le varie discipline sarebbero state riaperte progressivamente, di sicuro a partire da settembre 2021.

Ma così non è stato. Ostetricia e ginecologia, infatti, sono rimasti chiusi. I medici che erano in servizio prima del Covid non esistono più: qualcuno è andato in pensione, altri hanno scelto di rimanere dove erano stati trasferiti “temporaneamente” in questi due anni. Idem per ostetriche e infermieri. E quindi?

Quindi niente: il reparto non è stato riaperto perché manca il personale, medico e infermieristico. Ci sono solo le stanze, con gli arredi e le attrezzature. Anzi no. Ora manco più quelle.

Con due righe scritte al volo al sindaco Mario Moretti, il buon direttore Asl annuncia che – visto che a Palestrina non servono a niente – tanto vale spostare le apparecchiature a Tivoli, per separare i percorsi delle puerpere positive al Covid da quelle negative. Cioè, e qui diventa difficile da capirne la ratio (o la perversione), si smantella il reparto di ostetricia a Palestrina – che è un ospedale interamente Covid – per attrezzare dei posti letto a Tivoli (che non è ospedale Covid) per far nascere le mamme positive senza rischio di contaminazioni. Neanche una mente diabolica riuscirebbe a pensarla così.

Peccato che, appena due anni fa, la tanto discussa trasformazione a Covid hospital del Coniugi Bernardini venne motivata dicendo che era importante avere sul territorio della Asl un ospedale interamente dedicato in cui un positivo avrebbe potuto trovare la chirurgia, la dialisi e, ovviamente, anche ostetricia e ginecologia. Nell’assurda pantomima, in cui il giorno seguente si fa il contrario di quanto affermato il giorno prima, adesso la soluzione assunta va nella direzione opposta, in barba al piano aziendale, in barba ai diritti alla salute di un territorio di oltre 120 mila abitanti, in barba alle promesse e agli impegni.

In tutto questo contesto ciò che si fatica a capire è il ruolo dei sindaci che, anziché fare quadrato a difesa della sanità del territorio, sembrano girarsi dall’altra parte. Accusato due anni fa di essere troppo rigido, il sindaco di Palestrina, Mario Moretti, stavolta pare essere stato colto di sorpresa dalla scelta del direttore (come conferma la piccata reazione a Santonocito).

In realtà, però, tutto ciò che sta accadendo era facilmente prevedibile: la mancata riattivazione, anche la scorsa estate, di molti servizi e reparti doveva indurre i sindaci del territorio ad alzare la voce subito senza aspettare che, dopo i medici e gli operatori sanitari, si iniziasse a portare via anche gli arredi perché, come i nonni insegnano, è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono già in fuga.

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